Don DeLillo

Nasce il 20 novembre del 1936 Don DeLillo, "il grande sciamano della scuola paranoide della letteratura americana". Non so come iniziare questo pezzo senza virare sul personale, e quindi sul semi-patetico. Me ne scuso in anticipo. Il punto è che di DeLillo ho una foto incorniciata (questa foto) appesa vicino alla scrivania; che ho iniziato a leggere Murakami perché le sue nuove copertine per Einaudi le ha fatte Noma Bar, e Noma Bar è il grafico che aveva riconfezionato DeLillo per i paperback della Picador; che quando ho saputo dell'uscita di Bleeding Edge di Thomas Pynchon, ho subito pensato che forse allora anche Don DeLillo stava scrivendo qualcosa di nuovo; il punto è che in un momento di fragilità mi sono trovato a prendere seriamente in considerazione l'idea di comprare un biglietto per New York e andare in cerca del suo indirizzo per farmi firmare la prima edizione di Ratner's Star. Questo è il tenore, insomma.

Per me leggere Don DeLillo  funziona sempre allo stesso modo, è come cercare di sintonizzare una radio o una vecchia televisione: all'inizio c'è un rumore bianco di fondo, i personaggi sono figure definite in negativo, la trama un ronzio indefinito e uniforme. Poi il video si stabilizza su un'immagine e questa immagine è il frame mancante dello Zapruder film. Il libro quindi inizia a funzionare con ingranaggi che sono frasi perfette, che trascinano fino alla fine alternando trance di lettura intensiva a momenti di pausa estenuata. L'impressione, alla fine, è quella di aver letto un verbale della CIA sull'11 settembre scritto da David Lynch, o qualcosa del genere.

Ho scoperto Don DeLillo molto tardi: reduce da due anni di lettura intensiva del suo allievo David Foster Wallace, ero in cerca di qualcosa di simile a quel tipo di scrittura distorta, ossessiva e dettagliata di cui non avrei potuto trovare più nulla da leggere dopo il 2008. Le primissime pagine di White Noise sono state illuminanti, quasi un momento di satori letterario nel quale ho capito da dove la scrittura di Wallace prendeva forma. DeLillo viene spesso inglobato nella corrente postmoderna della letteratura americana, ma il suo lavoro è ben diverso da quello di altri suoi colleghi come John Barth, Donald Barthelme e Thomas Pynchon. Se la dimensione "postmoderna" dei primi due si sviluppa nell'esplosione della forma narrativa, nella meta-narrazione e nella distruzione della quarta parete che divide lettore, scrittore e opera, DeLillo mantiene invece la forma del romanzo e la adatta ad un'era dove il romanzo è morto (insieme alle mezze stagioni, c'è da dire). Se Pynchon fa implodere la narrazione in un milione di personaggi e figure di cartone, di trame e false piste, di generi e stili eterogenei, Don DeLillo riduce la lingua alla lama di un bisturi e trova nella perfezione del periodo lo strumento per ritagliare dal rumore di fondo che ci circonda (il "total noise" di Wallace) un'informazione che valga la pena leggere.

Eppure la voce di DeLillo non è sterile e asettica. Dei suoi libri è stato detto che "mettono a disagio il lettore", ma secondo DeLillo "questo lettore di cui stiamo parlando si sente già a disagio. È molto a disagio. E forse ciò di cui ha bisogno è un libro che gli faccia capire che non è solo". E infatti molti dei suoi personaggi sono figure sole, individui alla soglia del solipsismo come il dylaniano Bucky Wunderlick di Great Jones Street, l'enfant prodige Billy "Twillig" Terwilliger in Ratner's Star, la figura epica di Lee Harvey Oswald in Libra, o ancora le mille facce nello stadio Polo Grounds all'inizio di Underworld, tutte quante tese come un unico corpo dal braccio allungato verso le 108 cuciture della palla da baseball lanciata da Branca e battuta fuori campo da Thompson.

Ci sono tanti modi per iniziare a leggere Don DeLillo, tanti quanti sono i romanzi che ha scritto. Personalmente, ho iniziato con White Noise: "if you are going to like DeLillo, this is the book that will make it happen". White Noise è Don DeLillo uno punto uno: Jack Gladney è quasi un archetipo delilliano, dentro vi si trovano il fienile più fotografato d'America (che viene costantemente fotografato proprio perché è il più fotografato), la paranoia dell'"airborne toxic event", il black-out da overload di informazioni, la droga che toglie la paura della morte.

Sempre nella lista dei classici di DeLillo ci sono poi Libra, The Names e Underworld. Libra ha al suo centro il personaggio di Lee Harvey Oswald, il marine assassino di John F. Kennedy, e si muove fra teorie del complotto, atmosfera da guerra fredda, storia e paranoia. In Libra, Oswald ci viene mostrato crescere da adolescente inquieto a figura portante della storia con la S maiuscola, finendo col diventare parte integrante della psiche americana. The Names è invece un discorso sul linguaggio nella forma di un thriller ambientato in Grecia e popolato di personaggi che lavorano in ambasciate, consolati e multinazionali del gas e del petrolio, nel quale l'America di fine guerra fredda viene descritta da fuori i suoi confini. Underworld è Underworld: la storia di una palla da baseball, di una partita diventata memoria collettiva, di serial killer texani e ambienti dell'arte contemporanea di New York, del timore sospeso della bomba atomica, di film perduti di Ejzenštejn, di scorie nucleari e spazzatura. Underworld è un'epica di 800 pagine che spaziano in tempi e luoghi diversi, offrendo un grande affresco corale dell'inverno della guerra fredda americana, dove la neve è fallout radioattivo.

C'è poi il materiale per cultori: si può iniziare con Americana, il libro d'esordio di DeLillo, scritto all'età di 34 anni, il resoconto dato da un dio mezzo sbronzo di un viaggio per le autostrade "dell'unico paese al mondo che possiede una violenza divertente". C'è Great Jones Street, che si dice parli di Bob Dylan nel periodo di Blonde on Blonde, all'apice della sua ossessione contro la propria fama. C'è Ratner's Star, che è un romanzo e pianeta a sé: "Qualcuno ha detto che Ratner's Star è il mostro al centro del mio lavoro. Ma forse si trova in orbita intorno agli altri libri. Penso che gli altri libri formino insieme una singola unità compatta, e che Ratner's Star si trovi in orbita intorno a quest'unità, ad una distanza molto, molto lontana".

Che si voglia iniziare da Running Dog, End Zone o Cosmopolis (ma magari non da The Body Artist), alla fine poco importa. Ognuno di questi titoli ha qualcosa in sé di particolare e prezioso, ognuno è un frattale di grandezza minore o maggiore nell'opera di uno scrittore unico nel panorama americano recente. Buon compleanno, Don DeLillo.

 

 

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

10 Commenti
  1. Bellissimo articolo! Ma se proprio vogliamo fare i nerd, possiamo non parlare di Amazons di Cleo Birdwell? 😀

  2. A proposito di foto: una volta, su uno dei vecchi libri pubblicati da Pironti, non ricordo quale ma mi sembra I nomi, in quarta di copertina vidi una foto di DELILLO CON LA BARBA. Era bellissimo. Il problema è che il libro non lo comprai e non riuscii più a rintracciare quell’immagine. Ancora oggi sono molto triste per questa cosa.

  3. @lorenzo: grazie! eh, ci sono un paio di lacune, dovute a mia sostanziale ignoranza: non ho letto amazons e non ho visto il film tratto da cosmopolis per cui ho nicchiato 🙂
    sulle foto di don.d .. io ho una memoria forse fasulla di foto dove dfw e dd posavano insieme. non sono mai più riuscito a rintracciarla però, mah Delillo con barba è quasi inimmaginabile, sono curioso

    @hombre: si va tutti a new york, si prende l’elenco telefonico e si passano tutti i de lillo dei five boroughs 😀

  4. Quella di De Lillo è una scrittura che vorrei approfondire (ho letto solo Cosmopolis), ma ho bisogno di riprendermi dalla maratona di Pynchon: trovo interessante la riflessione sui loro diversi modi di essere postmoderni, quasi che l’autore di Glen Cove voglia rappresentare la dispersione di senso derivata (anche), su un piano comunicativo, dall’eccesso di segni e informazioni, mentre De Lillo propone come alternativa un’essenzialità che è altrettanto disagevole.

    P.S. Notata la proliferazione di “Lorenzo”? 😉

  5. @ Lorenzo pynchoniano: sono completamente d’accordo sul disagio della scrittura dell’assenza/essenza di DonD. Quanto alla questione dei nomi (The Names), ti assicurò (e Lorenzo Castelli te lo confermerà), che tutto ciò sta prendendo pieghe pynchoniane (long story) 😀

  6. Ti sei dimenticato L’Uomo Che Cade!!! Il primo di Delillo che ho letto… il primo romanzo post 11 settembre. Lo consiglio a tutti.

  7. Trovo questo post per caso, lo leggo, penso a Lorenzo Andolfatto, poi leggo in alto che È di Lorenzo Andolfatto. In giapponese si dice “sassuga ni”, in questi casi.
    Se compri il biglietto per New York non dimenticarti di avvertirmi.
    E comunque The Body Artist è un capolavoro.