Nel corso degli anni, a proposito di Don DeLillo sono circolate molte opinioni, perlopiù poco autorevoli. Per esempio, DeLillo sarebbe il maggiore romanziere vivente; i suoi testi rappresenterebbero la vetta più alta del postmodernismo letterario; anzi no, con il postmoderno avrebbero poco o nulla a che fare; il suo capolavoro sarebbe Underworld, o magari White Noise; i suoi ultimi romanzi sarebbero poco più che mezzi passi falsi, altrettanti indizi di una senilità incipiente, in ogni caso letture prescindibili.
Puntualmente, insomma, verrebbe elusa una domanda (la solita, a ben vedere): che cosa spinge milioni di lettori ad acquistare, leggere e poi discutere di romanzi non certo semplici, anzi spesso ostici e comunque sempre, a loro modo, tragici? Ovvero, se vogliamo metterla in altro modo, perché tutti conoscono Underworld e non, poniamo, The Recognitions? Perché, insomma, il grande pubblico sceglie Don DeLillo e non William Gaddis? Forse per la sua maggiore accessibilità rispetto ad altri scrittori postmoderni: dosi tutto sommato modeste di intertestualità o double coding, tassi di ironia prossimi allo zero, quasi o del tutto assenti quei contrassegni metafinzionali che ci ricordano come ciò che stiamo leggendo sia nient’altro che una finzione. All’opposto, a me pare che per DeLillo la scrittura sia anzitutto uno strumento – per così dire – attraverso cui raccontare il mondo – il nostro, ovviamente: quello dentro il capitale descritto in Cosmopolis. Ciò che semmai ne farebbe un grande autore realista.
E se invece l’appeal venisse dall’idea – paranoica, certo – che l’essenza del Reale sia sempre e comunque celata: che sotto si trovi qualcosa di più vero, «realer than real»? Tutti noi, insomma, potremmo essere in balia di quella forza – «the power of history» – che puntualmente travolge i personaggi delilliani e per primo il Lee Harvey Oswald protagonista di Libra, convinto che «il fine della storia è arrampicarti fuori dalla tua pelle». Verrà forse di qui la scelta di precipitare il singolo in insiemi vasti o vastissimi, come nel memorabile incipit di Mao II, dove dozzine, centinaia di coppie «si ammassano così vicine che l’effetto è quello di una trasformazione»? D’altra parte – ed è lo stesso DeLillo ad ammetterlo – l’idea di scrivere Underworld affonderebbe in un passo del diario di John Cheever, per il quale il compito del romanziere americano non è quello di descrivere una donna adultera che guarda dalla finestra, ma quattrocento persone che si azzuffano per una palla finita fuori campo.
In definitiva, la fortuna di DeLillo discenderebbe da una sorta di compromesso: descrivere la nostra onnipresente ossessione dietrologica sì, ma ricorrendo a una scrittura per converso lucidissima – o beckettiana, al limite, come in Point Omega. Beninteso, potrebbe essere così: dopotutto, si tratta sempre e comunque dell’opinione di un lettore, cioè di un personaggio, come insegna Win Everett, uno fra i tanti alter ego del nostro Godfather, «senza compattezza o fulgore soprannaturale».
Filippo Pennacchio







Penso che una forza di Delillo sia anche la sua capacità visionaria di descrivere le scene in modo dettagliato, permettendo al lettore di percepire quello che accade come se lo stesse vedendo.
Basti pensare alle prime pagine di Max Martin (in Underworld), dove la descrizione dell’ingresso abusivo di Cotter Martin nello stadio di baseball è uno dei pezzi migliori che, a mio parere, Delillo abbia mai scritto.
In ogni caso, bel pezzo!