Jack Kerouac

Sono cambiato io, e non il Vuoto, e ho fatto tutto questo e sono andato e venuto e mi sono lamentato e ferito e ho gioito e urlato.

Gregory Corso lo invidiava sinceramente perché lui era riuscito a morire a quarantasette anni. Oggi Jack Kerouac compirebbe novantadue anni e non sono così convinto sarebbe stato entusiasta di festeggiarli. A volte credo sia giusto lasciare andare le persone quando scelgono o gli capita di andarsene. Su Kerouac è stato scritto molto – di lui e dei beat – e queste cose un po' ci hanno fatto sognare, un po' ci hanno lasciato una ferita e spesso ci hanno fatto sbagliare.

Succede spesso che l'immagine del personaggio che traspare e prende corpo sulla pagina di romanzi e racconti divenga così sovrapponibile all'autore stesso, che improvvisamente il personaggio perde ogni velleità da personaggio e diviene una copia esatta della carne dell'autore, spingendo il lettore non tanto all'analisi di quello che il personaggio agisce nel panorama in cui è inserito e viceversa ma, piuttosto, la vita privata dell'autore, che probabilmente nel romanzo nemmeno è così ben esplicitata, pare sia il pretesto per spiegare il personaggio.

Ora, questo non è certamente sbagliato, ché uno poi alla fine scrive delle sue ossessioni, dei ricordi, dei desideri – anche della vita vera – ha quest'ansia di raccontare qualcosa che avrebbe voluto fare, quell'evento che ha cambiato per sempre la sua percezione del mondo. Ma c'è una linea sottile che spesso non percepiamo più; quasi un segno tracciato sulla sabbia che con la nostra foga cancelliamo, sporchiamo, spostiamo, ma lui era lì e lì doveva stare. Parlo del tempo.

Il tempo sulla carta, sulla pagina, nelle narrazioni si ferma. Il tempo è cristallizzato nel momento stesso in cui anche solo il nome di un personaggio viene fissato in pixel, in inchiostro o in quello che è. In quel preciso istante Jack, John, Jim o chi per loro sono imbrigliati nella ragnatela di quel racconto e lo saranno per sempre. E che sofferenza. Ma ci pensate? Avere vent'anni per sempre. Essere riconosciuto come un ventenne per sempre. Incapace di qualsivoglia redenzione, evoluzione, involuzione che non sia comunque legata al mondo, ma soprattutto alle pagine in cui è costretto a vivere. Una serie di passaggi che portano comunque all'immobile fissità.

Questo è un pezzo su Kerouac, uno che per tutta sta roba ci è rimasto sotto non poco. Lui stesso scriveva nel romanzo Big Sur, in tutta l'America i giovincelli delle medie e dell'università pensano "Jack Duluoz (pseudonimo con il quale Kerouac identificherà il suo personaggio in quasi tutta la sua produzione .ndr ) ha ventisei anni e non fa che viaggiare con l'autostop", mentre eccomi qui quasi quarantenne, tediato e logoro sulla cuccetta di uno scompartimento riservato che corre rombando attaverso Salt Flat

Serve aggiungere altro? Sì. Bisogna dire che nonostante siano passati molti anni dalla morte, dalla pubblicazione delle sue opere, spesso ci si fissa su quelli che vengono considerati i capisaldi, i capolavori e ci si illude che questi bastino a comprendere l'uomo, l'autore e la poetica. Non è certo solo il caso di Kerouac, pensiamo anche ad esempio a Beckett con Aspettando Godot, qualcuno saprebbe elencare altre cinque sue opere?

Non sono qui a farvi l'elenco di tutta la bibliografia di Kerouac, né tantomeno a raccontarvi le trame. La suggestione che vi voglio lasciare è però come sia interessante vedere l'evoluzione dei personaggi e la ricerca nello smuovere quella lancetta inchiodata di cui parlavamo sopra. La crescita, in ogni modo la si voglia intendere, diviene chiara soltanto nel momento in cui la visione è ampia e distante nel tempo, così rimane sempre reale la cristallizzazione del personaggio in un singolo romanzo, ma questa la si può in qualche modo sciogliere e portare un po' più in là andando a ricercare, non un altro capolavoro dello stesso autore, non altre pagine che ci fanno sognare, ma paradossalmente il contrario. Vedere soprattutto la crescita, che può anche essere putrefazione, non necessariamente una cosa che elevi verso livelli mistici, per sentire sulla pelle quello scarto tra personaggio e autore, per avere chiari la fatica e il lavoro che consuma e darsi anche una spiegazione plausibile – e non banale, di come si possa essere in grado di morire a quarantasette anni.

Leggete Angeli di desolazione. Leggete Big Sur. Leggete La città e la metropoli. E ascoltatevi anche questa. Kerouac ne sarebbe contento.

Michele Danesi

È un temibile sociopatico. Da poco trasferitosi a Torino, lotta per il partito del maschio col ferro da stiro. Per lui non esistono limiti spaziali o temporali; quando non stira lenzuola, legge e scrive in continuazione: ha capito che in questo modo le persone evitano di parlargli. Nonostante questo, vive nell'insana consapevolezza di piacere agli altri.

1 Commento
  1. “… la baciai e volevo divorarla ogni singolo centimetro della sua misteriosa carne ogni parte di quel suo cuore increspato e cavo che le mie dita non avevano ancora nemmeno conosciuto, la sua avida preziosità, l’unico e inimitabile altare delle sue gambe, della pancia, del cuore, i capelli scuri, lei inconsapevole di tutto questo, maledetta, scellerata, gli occhi indifferenti, bellissima ”
    da Maggie Cassidy, Jack Kerouac

    Fosse anche solo per questa piccola porzione, questo rimane un libro “inaspettato” se si pensa ad On The Road, e sopratutto un libro da divorare, saporito.