Jean-Paul Sartre

Credo non sia facile avvicinarsi alla comprensione di Sartre uomo.

Quando scrivo di questi nostri Padrini iconici è, in realtà, quasi sempre difficile farlo, non per colpa loro, sapete. La dinamica che rende persone icone – scatole di rado aperte, ma spesso ammirate e rimirate nell'involucro – parte da noi lettori, pubblico nel caso di Sartre.

Sartre ebbe per quasi tutta la vita, e oltre, schiere adoranti di fan pronte a sottoscrivere ogni respiro del maestro, che quasi è arrivato a rappresentare la figura del filosofo per antonomasia.

L'uomo dei grandi rifiuti, uno per ogni ambito in cui si consacrò (no Nobel, no Legion d'onore, no cattedra), fu un intellettuale a pacchetto completo: bisognava comprarne l'ideologia, che Sartre applicava a narrativa, teatro, saggistica, politica, dialettica. 

Non importa se con l'esistezialismo Sartre dovette scendere a patti cinque secondi dopo esserne diventato il paladino indiscusso. Non importa nemmeno se i suoi gesti più palesi rivendicassero la libertà assoluta, l'amata e odiata condanna alla libertà di essere miserabili nell'intrinseco e quindi in nessun modo istituzioni, non importa affatto perché con il nostro comportamento gli abbiamo garantito proprio la condanna opposta. 

L'abbiamo impalmato, ne abbiamo fatto un baluardo bello che finito, un'immaginetta della quale ci innamoriamo e disinnamoriamo senza nemmeno troppo senso di colpa. Sarte è lì, marmoreo nel suo dipinto ideologico, che proprio come il marmo è duro da scalfire, al massimo s'impolvera, ma basta aprire Wikipedia per ricordarsi tutto. 

Eh sì, a vera dimostrazione del non averlo capito minimamente, l'abbiamo incasellato lì, fisso nel suo allure fascinoso e sottilmente antipatico. Incastonato nelle nostre menti con i soliti post-it a mo' di bigino anti lacuna nei salotti, tra gli amici engagé.

Ci siamo fermati alla corazza, ma forse siamo stati in qualche modo intelligenti nel limitarci a questo: ho sempre nutrito la folle persuasione secondo cui non è che Sartre abbia proprio sondato così a fondo tutti i suoi demoni.

Forse lievemente prevenuta, l'ho sempre visto tanto borghese quanto i borghesi che combatteva. Intellettualista come gli intellettuali élitari che non promuoveva, ma sui quali si formò. Populista e marxista al pari del docente universitario che è troppo affabile con il bidello per mascherare il suo sentirsi ancorato a un livello superiore.

Se poi penso a Simone de Beauvoir, la sensazione acuisce. Non è mia intenzione togliere nulla all'importanza del suo operato, però ciò che passa – siamo sinceri, seppur con cuore piangente – è una subordinazione della mente dell'una a quella dell'altro. Sì compagni indipendenti per la vita, sì rilevantissimi ciascuno per se stesso, ma vi verrebbe mai in mente di dire di Sartre: "Ah, sì il compagno della Beauvoir!".

No.

Viceversa? Sì.

Insomma, la mia teoria è questa: laddove la magnificenza acquisita è fin troppa, ci pensa l'eredità involontaria a raffreddare gli animi. 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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