John Fante

(Photo credit: http://ipnagogicosentire.files.wordpress.com/2011/04/john-fante.jpg)

È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente, perché la ruggine non dorme mai” disse Neil Young, frase notoriamente ripresa da Kurt Cobain nella lettera pre suicidio. “Meglio morire di bevute che morire di sete” risponde Fante, per voce di Angelo Musso, personaggio de ‘La Confraternita dell’Uva’, frase bukowskiana (d’altronde JF è stato spesso indicato come una versione un po’ più sobria – ma neanche troppo – di Bukowski [con cui collaborò], per certi versi a ragione, ma neanche troppo), quest’ultima, che alimenta il mito di un personaggio che per natura e storia è evidenziabile come prototipo del sogno americano fallito ed in pratica mai esistito.

Dalla provincia di Chieti (origini del patrigno) a Los Angeles (Hollywood per essere più precisi: origini luciferine) il viaggio di John Fante è un susseguirsi di fallimenti, drammi (fino alla cecità ed amputazione di entrambe le gambe) e falsi entusiasmi, intarsiati in una talento puro e cristallino, scoperto troppo tardi e, tutt’oggi, non ancora abbastanza valorizzato, se no dai fan più incalliti o durante le ondate di moda temporanea, veleggiate dal Ligabue di turno.

Nel ciclo dedicato ad Artuto Bandini, alter ego e nemesi di Fante, composto da – in ordine cronologico di uscita e non seguendo la vita del protagonista – ‘La strada per Los Angeles’, ‘Aspetta primavera, Bandini’, ‘Chiedi alla polvere’ e ‘Sogni di Bunker Hill’, si ritrova l’essenza della narrativa americana d’immigrazione, lo spirito reale di un tempo fisso nell’immaginario comune, condito da una psicologia trasversale, che, nel protagonista, trova la sua compiutezza analitica massima.

Ma John Fante non è solo Bandini, piccole perle si ritrovano nei suoi racconti e relative raccolte, da ‘Dago Red’ con i fenomenali ‘Ave Maria’, ‘La strada per l’inferno’ e ‘La canzonetta scema di mia madre’ tra gli altri, fino a ‘La grande fame’ in cui spiccano ‘Il caso dello scrittore tormentato’ e ‘Troppo in gamba, quel ragazzo’, passando per ‘L’orgia’ ed ‘Il mio cane Stupido’ (in ‘A Ovest di Roma’) ed ‘Il Dio di mio padre’, racconto principe dell’omonimo raccolta uscita per la prima volta in Italia nel 1997.

Da non dimenticare, tra gli altri romanzi, il già citato ‘La Confraternita dell’Uva’, ‘Full of life’ (poi film, con lo stesso Fante in veste di sceneggiatore) ed ‘Un anno terribile’, tutti ritratti nitidi e lucidi partoriti dalla penna di un ispirato viaggiatore in cerca di dimora.

La chiusura, affidiamola ancora a Neil Young,ma le parole potrebbero essere del Padrino Fante: “I've been to Hollywood I've been to Redwood I crossed the ocean for a heart of gold I've been in my mind, it's such a fine line That keeps me searching for a heart of gold And I'm getting old. Keeps me searching for a heart of gold And I'm getting old.”

Stefano Fanti

Stefano Fanti

Stefano Fanti è fuggito da Milano e ora vive nella bucolica provincia alessandrina. Scribacchino per varie testate online e non, si occupa principalmente di musica e letteratura. Soffre di una grave dipendenza da serie tv che lo porta a confondere Randy Hickey con Randy Marsh. Ama, tra le altre cose, fantascienza, horror e la psichedelia in ogni sua veste.

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