John Updike

Photo Credit: The Guardian
 

Iniziare un discorso su John Updike vuol dire passare al setaccio quello che è stato il suo atteggiamento nei confronti della vita e, nello specifico, verso la letteratura, intesa come equilibrio fra tensione narrativa e piglio critico, fra caparbietà nel mestiere di scrivere e attenzione raffinata per la lettura, analisi e stupore per le voci dei classici e degli autori a lui contemporanei. Questo è Updike, che ha cercato per tutto il tempo di fare della folgorazione per la letteratura un esercizio, un'attitudine appassionata nei riguardi di ciò che «restituisce e conserva le cose del mondo», specchio più profondo di quello che è il lavoro di cesello degli scrittori contro il rischio incessante, da parte nostra, di cascare nella cecità più totale. 

Si legge per riaprire gli occhi, o per aprirli una prima volta sedotti da un lampo, da un luccichio: qui sta la convinzione dell'Updike profondamente innamorato della lettura e dei suoi cantori, non solo per via dei suoi natali nella cittadina di Reading, come se il destino ci metta del suo per davvero. Del rapporto di Updike con i grandi autori se ne potrebbe parlare per ore: giudizi sicuri, dritti all'essenza, tanti quanti i volumi che popolano la sua casa a Beverly Farms, nel Massachussets, ultima residenza prima della scomparsa, esattamente cinque anni fa. Di Virginia Woolf ha detto: «è come se avesse condito un po' la mia vita», di Raymond Queneau «capace di rendere ogni cosa debordante, eppure in lui tutto è tenuto insieme come in un soufflé», e così via, dalla meravigliosa austerità di Borges alla sconfinata ammirazione verso i contemporanei Malamud, Roth, Bellow fino alla smisurata curiosità di conoscere di persona Nabokov, «per verificare se l'uomo era davvero all'altezza dello scrittore». 

Non c'è stato, probabilmente, un momento decisivo in cui John Updike ha cominciato a essere John Updike, ovvero l'istante in cui l'uomo si è legato al suo lavoro artistico, alla sua osservazione verso la società, al suo atteggiamento nei confronti della letteratura e della scrittura. Piuttosto, se c'è un attimo, quello è dato dalla sommatoria di tutti gli altri. È questo, in fin dei conti, il suo segreto: il fantastico miracolo della quotidianità, l'abnegazione che nasce dalla passione, a testimonianza del fatto che l'immaginazione di uno scrittore non può andare a braccetto con l'improvvisazione, ma deve adottare un ritmo, farlo proprio, essere caratterizzato da esso. Stacanovista della scrittura, e ancor prima della macchina da scrivere, John Updike fa rima con tre pagine al giorno per ogni giorno di oltre 50 anni. Dal momento in cui il suo primo racconto, Friends from Philadelphia fu acquistato dal New Yorker nel 1954, Updike ha scritto quasi 30 romanzi, 14 volumi di racconti, nove di poesia e dieci raccolte di saggistica letteraria. 

La scrittura di Updike ha vissuto di un ritmo pressoché quotidiano, fatta di severa routine e qualche insolito rituale. Durante un'intervista all'Academy Achievement nel 2004, a margine della vittoria del PEN/Faulkner Award for Fiction, Updike raccontò di come tutte le mattine si mettesse di buona lena a rispondere alle lettere che gli arrivavano, alternandole al lavoro di scrittura. Un atteggiamento che si concretizza anche in consiglio per gli aspiranti scrittori: «Anche se avete una vita frenetica, cercate di riservare un'ora o più al giorno per la scrittura. Molte cose buone sono state scritte lavorando anche solo un'ora al giorno. Datevi un tempo, immaginate di rivolgervi a un lettore ideale da qualche parte».  

Da quando ha lasciato giovanissimo la scrivania del New Yorker per continuare a collaborare dalla distanza necessaria di una vita in campagna, il lavoro di John Updike è stato quantità ma anche e soprattutto qualità, devozione alla precisione del linguaggio e amore per tutto ciò che sta nel mezzo: «mi piace ciò che sta a metà. È nel mezzo che gli estremi si scontrano, dove domina senza sosta l’ambiguità». Ed ecco che religione, sesso e società americana, le coordinate tematiche della sua letteratura, si uniscono nei movimenti del suo attore più fecondo d'ispirazione: la middle class della provincia. È questo lo spunto per suggerire alcune delle sue opere, tracciando un sentiero per chi non ha ancora avuto modo di leggerlo. Si può cominciare dal romanzo Coppie, del 1968 (pubblicato in Italia da Guanda), che ha contribuito a svelare il talento di Updike (e a regalargli la copertina di Time): protagonista è la middle class della provincia del New England, teatro in cui si dispiegano trasgressioni e seduzioni raccontate magistralmente. I quattro romanzi della Serie del Coniglio sono sicuramente le sue opere maggiori: Harry Rabbit Angstrom, il protagonista della tetralogia che inizia con il romanzo Corri, Coniglio, è una delle figure più emblematiche e famose della letteratura americana. La storia della sua fuga dalla famiglia e dalla grigia vita di provincia è ancora oggi considerato il ritratto di un uomo e di una nazione vittime di una crisi senza vie d'uscite. A differenza di Updike, molti personaggi delle sue opere sono incapaci di ribaltare la vita piatta della provincia se non attraverso la trasgressione, a favore di una discontinuità che porta ulteriore sofferenza e invidia verso l'altro e in ultimo, uno smarrimento più ampio. Così accade alle protagoniste de Le Streghe di Eastwick, che tra gelosie e invidie vedono svanito il loro tentativo, nonostante i poteri magici, di superare la monotonia della loro condizione. 

Un ritmo quotidiano che Updike ha invece addomesticato facendolo proprio e raccontandolo. Questa la sua eredità, questo il piacere di scoprirlo.

Luigi Mauriello

È un romantico nel senso fitzgeraldiano del termine. Nella vita scrive, beve caffè, va a caccia di refusi sulle locandine dei trasporti pubblici. Dategli uno spunto d'appoggio e con un paragrafo vi salverà il mondo.

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