Kahlil Gibran

Un luogo comune sui luoghi comuni è che i luoghi comuni, in quanto tali, sono sempre veri. E questo luogo comune è sempre vero, e instaura un sillogismo infinito che fa ridere ma anche sbadigliare. I proverbi invece sono differenti: la condizione di verità è molto meno influente nella loro formazione e sedimentazione (quando vedo il rosso di sera non mi viene proprio subito da sperare nel bel tempo l’indomani, e comunque Hume non sarebbe stato d’accordo perché intanto bisogna vedere se il sole sorge, poi magari ne riparliamo). Tuttavia mi piace pensare che i proverbi non siano saggezze popolari stratificate e legittimate dal tempo e dunque diventate verità, ma piuttosto sproloqui di un folle che si sono, chissà come, catacresizzati, ingannando un po’ tutti con il loro innegabile, e paradossale, senno.

Ecco, mi immagino questo folle che ridacchia dell’ingenuità di intere generazioni, e questo folle ha esattamente la faccia di Kahlil Gibran, profeta per aver scritto Il Profeta e folle per aver scritto Il folle. Il folle (The madman) è la prima opera in inglese di questo genio nato in Libano e trasferitosi in America, poi a Parigi e poi di nuovo in America, ed è una raccolta di parabole intelligentissime che istituiscono proverbi che non sono mai stati depositati nella tradizione popolare. Una implicitazione di proverbi mai esplicitati attraverso la loro parafrasi e la cui esplicitazione è implicita nella parafrasi stessa (a-ha!).

Come dire: un proverbio è spesso o sempre una frase ad effetto; le parabole di Gibran sono racconti che spiegano la frase senza però premetterla o rivelarla alla fine, lasciando il lettore con la frustrazione di questa consapevolezza – più intuitiva che razionale – combinata con la propria manifesta incapacità di creare davvero qualcosa che possa assomigliare, anche lontanamente, a un proverbio, nonostante la sua bella spiegazione sotto gli occhi.

E le storie sono fantastiche: madre e figlia che, sonnambule, accusano l’una di aver rispettivamente sfiorito e calpestato la giovinezza dell’altra, si minacciano di morti orribili e, al canto del gallo, si risvegliano in vestaglia, nel giardino, tra mille convenevoli. Un cane che irride gli sciocchi gatti che pregano per una pioggia di topi, pascendosi nella consapevolezza che le preghiere fanno piovere solo ossi. Uno di due eremiti che vivono insieme da anni su una montagna va giù di testa e comincia a provocare l’altro che, da buon eremita, porge serenamente l’altra guancia, facendo infuriare ancora di più il compagno che si sente sfidato da questa ottusa pace dei sensi. E tantissime altre che, in comune, hanno un senso di intelligenza (sua) e impotenza (nostra) e una beffarda risata che risuona dalla notte dei tempi, vecchia come tutti i proverbi del mondo.

Jacopo Cirillo

I libri non sono importanti

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