Murakami Haruki

Non ho paura della gente come Aoki. Di Aoki ce ne sono ovunque, non ci si può far nulla. […] No, quella che mi fa veramente paura, è la gente che beve come oro colato le parole dei tipi come Aoki, che ci crede incondizionatamente. Le persone che si lasciano incantare, che seguono in massa qualcuno che non produce niente, non capisce niente, ma parla bene, in maniera persuasiva. […] Sono loro, quelli di cui ho paura.

Ho voluto iniziare dall’epilogo di “Silenzio”, il racconto che chiude la raccolta L’elefante scomparso di Murakami Haruki (nato nel 1949, a Kyoto, uno dei più sorprendenti scrittori giapponesi contemporanei e che la vox populi acclama come papabile al Nobel), perché mi sembra avere tanto a che fare con noi, oggi e in altri tempi. Il racconto comincia da un nulla: un incontro da bar tra avventori, un uomo che rievoca un episodio di violenza psicologica subita da studente. Spesso i personaggi delle sue storie vivono nell’intimità effimera di un incontro da bar, con relazioni sfiorate che non diventano. Il bar, si sa, è il non luogo per eccellenza e Murakami ne ha ben respirato l’aria nel suo locale Peter Kat, prima di scoprirsi scrittore in un pomeriggio sonnacchioso del 1974.

Per me, abituata a scrittori che usano colori violenti e prospettive distorte da Van Gogh, e, se non svelano l’enigma, comunque ti suggeriscono la strada, Murakami è stato una sorpresa: la sua voce è bassa e pacata. Ti prende con mano non prepotente e non sembra nascondere inganni né perdersi in viali secondari, ma non sai dove ti stia portando. Ti aspetti nelle ultime righe un coup de théâtre che non avviene e non capisci se siete arrivati al fondo del labirinto o tornati al punto di partenza. Ho scritto siete, perché Murakami mantiene la posizione del suo lettore e dà l’impressione che la storia si crei con lui.

Di lui piace la sensazione di malinconia dolce come i fiori di ciliegio che lega all’effimero, il mujo, il suo modo normale di raccontare il paradossale, la capacità di attraversare l’anello che non tiene, sempre, però, con la sensazione che il discorso sia interrotto.

Per chi volesse cominciare a conoscerlo, vi segnalo in rete il progetto Traduciamolo: trovate dei racconti inediti in Italia, tradotti dal giapponese e dall’inglese dai fan.

In Italia è fresca di stampa la sua ultima fatica del 2009, 1Q84 (Einaudi 2011, una trilogia di cui editi sono i primi due libri), un contagio in Giappone, tanto che la musica e le opere citate nel romanzo hanno influenzato le scelte dei lettori. Ma per chi volesse cominciare a conoscerlo nelle sue diverse anime, suggerisco un cult come Norwegian Wood (Feltrinelli 1997), La fine del mondo e il paese delle meraviglie (Baldini e Castoldi 2003) e Underground, (Einaudi 2003), a metà tra il saggio sociologico e il reportage, che raccoglie testimonianze dei sopravvissuti all’attentato della metropolitana di Tokyo del 1994.

Termino con le parole di Haruki alla consegna del premio internazionale Catalunya, il 10 Giugno 2011:

Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.

Cristina Farneti

Abito la Repubblica dei Lettori con un uomo, una gatta e un bambino (citati nell’ordine di apparizione). Preferisco i mattoni, Svevo e Dostoevskij, la letteratura greca e Finzioni. Come i vecchi non saggi sto con i giovani, così annuso che odore ha il futuro. So leggere più che scrivere. Ma più leggo più vorrei scriverne. La letteratura vera è un contagio: sottoscrivo il punto VII del Nonalogo di Finzioni. Ho un sogno: la leggerezza.

3 Commenti
  1. Grazie a Finzioni ho riscoperto questo scrittore che da qualche tempo non leggevo. Ogni volta che leggo un suo libro, mi risulta sempre difficile trovare un aggettivo per descrivere il suo stile adeguatamente.

    Murakami è uno dei pochi scrittori contemporanei in grado di far pensare seriamente alla società che ci circonda, alle sue contraddizioni e alla sua tristezza.