Nikolaj Vasil’evič Gogol’

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The Godfather / Nikolaj Vasil’evič Gogol’

I più, quando pensano ai roghi dei libri, pensano ai nazisti. Se anche a voi, pensandoci bene, non viene in mente altro, allora non avete mai sentito parlare di Gogol’.

Un giovane, cresciuto nel sud dello sterminato Impero Russo, nell’attuale Ucraina, animato da un talento multiforme quanto incerto, dopo gli studi decide di trasferirsi a Pietroburgo, dove pubblica a sue spese l’idillio in versi Hans Küchelgarten, che riceve dalla critica una violenta stroncatura. Reagisce ritirando personalmente da tutte le librerie della capitale le copie del libello e bruciandole poi in una camera d’albergo. Pieno di difetti, presuntuoso, invidioso, incapace di ogni autoironia, bugiardo, vittima di malattie crudeli a cui tenta di porre rimedio con cure terribili e umilianti che non gli permetteranno di raggiungere i cinquanta, Gogol’ è un tragico istrione segnato da un genio e una cattiveria naturali che diventano una maledizione col passare degli anni.

Irrequietezza e depressione si alternano senza tregua e corroborano la malattia, una psicosi bipolare atipica o forse una schizofrenia cronica recidivante, che si manifesta con improvvisi attacchi di apatia alternati a momenti di esaltazione eroica. L’incontro con Puškin, che gli regala il soggetto de Le anime morte, non lo aiuta certo a guarire dalle sue patologiche incertezze e da una non lieve e neppure malcelata mania di grandezza. Anzi. Gogol’ fugge a Roma per la stesura di quello che diventerà il suo grande capolavoro incompiuto. Nella città eterna si appassiona alle questioni religiose e si sottopone all’influenza dei Nazareni, che gli sarà fatale. Si convince di essere una sorta di profeta capace di fornire fondamentali insegnamenti di vita all’umanità intera e inizia a scrivere incessanti lettere agli amici russi nelle quali dispensa “generosi” insegnamenti intrisi di spirito messianico. Ma le lettere terminano immancabilmente con ossessive lamentele per la sua salute e chiedendo costanti aiuti finanziari. Pensate, arriva addirittura a precisare che per il suo mantenimento servono seimila rubli all’anno, da pagare comodamente in due rate semestrali!

La prima parte del romanzo viene terminata, ma nella mente dello scrittore non è abbastanza: vuole scrivere una nuova Divina Commedia. Inizia la stesura della seconda parte ma le crisi si aggravano. Alla fine del 1851 l’opera è probabilmente conclusa. Un amico medico assicura di aver visto il manoscritto, interamente ricopiato in bella, ai primi di febbraio. Ma l’autore è allo stremo: rifiuta ostinatamente il cibo e si dedica scrupolosamente a mortificanti forme di espiazione dei peccati, retaggio dell’incontro con i Nazareni. Dopo una forte crisi depressiva getta nel fuoco il manoscritto della seconda parte de Le anime morte, sacrificando in questo gesto non solo il suo talento, ma anche la sua vita. Nonostante ciò, è stato considerato uno dei massimi autori russi del suo tempo. La sua notorietà in Russia era tale che giovani scrittori pietroburghesi, tra i quali Dostoevskij, si riunivano regolarmente per leggere le sue opere, spesso fino a notte fonda. E io concordo appieno.

Michele Marcon

Michele Marcon

Mi piace leggere, per questo leggo di tutto: le scritte sui muri, i foglietti illustrativi delle medicine, gli ingredienti sulle scatole di biscotti, le espressioni sui volti delle persone e sì, anche i libri.

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