Oscar Wilde

photo: Oscar Wilde by Napoleon Sarony

Il termine “padrino” è riduttivo per introdurre colui che ai miei occhi si è sempre presentato come l’indiscutibile padre, nume tutelare, dell’epoca moderna, di quella superficialità studiata che ben incarniamo, molto spesso non degnamente come Oscar Wilde.

Diciamola subito la banalità di sfondo a ogni possibile discussione sugli scritti del dubliner per eccellenza, in particolare quando si fa uso et abuso dei suoi aforismi: Wilde poteva permettersi la più deliziosa frivolezza in quanto il suo ticket to hell and back lo aveva sfruttato per benino. Continuò per una vita intera a farlo fruttare in realtà, nel privato della relazione con se stesso, nei momenti di tensione con il  pubblico e nelle tante disgrazie personali che è stato così abile a farci dimenticare.

È talmente indubbio il suo viaggio nei meandri della profondità della psiche, lo studio senza pietà dei suoi simili, lo scontro con dolori, verità scomode, orridi approcci e non approcci ai sentimenti dell'era in cui ha riempito di grazia questo pianeta, che siamo anche felici di concedere a Oscar del sano dandysmo utile a una fuga messa in atto spesso e volentieri verso un altrove di sola bellezza,  giusto per semplicare un altro po’.

Wilde è quel Godfather che è molto probabile ricordare con un sorriso, di cui almeno Il ritratto di Dorian Gray abbiamo letto a scuola, di cui L’importanza di chiamarsi Ernesto ci viene in mente sotto forma di film di Natale, per non tornare a citare gli aforismi o Il marito ideale.  Ricordiamo sempre i soliti titoli, sempre i soliti aneddoti, ne abbiamo sempre la medesima immagine mentale: Wilde è stato senza dubbio il primo autore pop. Popolare tra i suoi coevi, portatore di uno stile di vita che tutti volevano imitare, ospite ambito dei salotti. Una proto celebrity, in anni in cui queste si chiamavano, ancora e a ragione, intellettuali.

Non riesco a non vedere Wilde come la lucente corolla di un fiore estremamente ammirato e dai semi fecondi, un fiore chiamato decadentismo, iniziato nel 1884 con À rebours di Huysmans – il gambo del fiore – sviluppatosi poi nella sua parte interna con l’accezione cupa e pregna di Baudelaire, pieno di bellezza alchemica e scura, viva e morta insieme, sublimata poi da Wilde.

Con il suo conoscere perfettamente i meandri bui e il suo conseguente volgere uno degli spunti strutturanti della nuova stagione letteraria all’estetismo fintamente sdegnoso della morale – tanto presente da essere solo svincolabile –, Oscar ci ha creati.

Ci ha armato di una bellezza concreta, alla portata anche dei non filosofi, procurabile con delle monete in tasca e altrettanta inventiva, ci ha mostrato che per rendere migliore il micro mondo in cui abitiamo, basta alzare lo sguardo un po’ più su rispetto alla punta delle scarpe.

Ha creato la voglia di riscatto a partire dallo svantaggio, ha creato il sogno americano e non più vittoriano, di sentirsi importanti nonostante le convenzioni. Non sarà tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma di sicuro è un grosso, grosso, inizio. 

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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