Philip Roth

Se quest'anno l'Accademia di Svezia si decidesse finalmente a concedergli il Premio Nobel, Philip Roth potrebbe a ragion veduta affermare di aver vinto praticamente tutto. Due National Book Award, due National Book Critics Circle Award, la bellezza di tre PEN/Faulkner Award, il premio della Società degli Storici Americani di Best Historical Fiction per Il complotto contro l'America, un Premio Pulitzer per Pastorale americana e proprio ieri il Booker International Prize. Come se non bastasse il quanto mai influente critico Harold Bloom (uno un po' romantico, un po' conservatore, che ce l'ha a morte con la Rowling e Stephen King, ma che a volte dice delle cose difficili da contraddire) lo ha incluso nella lista dei quattro più grandi scrittori americani viventi, insieme a Thomas Pynchon, Don DeLillo e Cormac McCarthy.

A 78 anni suonati, Roth è ancora molto prolifico. La sua bibliografia conta almeno una trentina buona di titoli, dal primo Addio Columbus del 1959 all'ultimissimo Nemesi. In mezzo, il romanzo che gli regalò il successo nel 1969 e che ancora oggi si vende come il pane, il Lamento di Portnoy (e credetemi, anche se il titolo non lascia presagire niente di buono, c'è da piangere dalle risate in alcune pagine); la serie dedicata al  suo alter-ego (uno di molti) Nathan Zuckerman (tra cui Ho sposato un comunista, La macchia umana, Il fantasma esce di scena); i romanzi che scavano nel cuore storico e politico degli Stati Uniti, come la Pastorale Americana e Il complotto contro l'America; la trilogia dedicata al professor David Kapesh, che comincia con il kafkianissimo Il seno, in cui il nostro eroe si risveglia non bagherozzo ma tetta di donna e continua con Il professore di desiderioL'animale morente.

In questi e in tutti gli altri romanzi di Philip Roth sono fortissimi gli elementi autobiografici, o, in poche parole, il suo appartanere alla comunità ebraica statunitense. Per farla veramente breve, Philip Roth è il Woody Allen della letteratura e Woody Allen è il Philip Roth del cinema. Nella continua (a tratti eccessiva) dialettica tra l'aderenza alla tradizione ebraica e la libertà di scelta degli individui si svolgono quasi tutte le opere dello scrittore di Newark. Però forse è proprio questo suo costante interrogarsi non tanto su che cosa sia l'identità ebraica ma su cosa sia l'identità in sé che gli fa scrivere, in La lezione di anatomia:

«E' la mia vitalità che bramo, non un rifugio ancora più isolato; l'importante è ridare un senso alla vita tra la gente, non prendere un'altra specializzazione nell'arte di sopravvivere da soli»

Raffinata attenzione, scandaglio profondo, ilarità e mancanza di pruderie. Tutto destinato, nella scrittura di Roth, a dare un possibile senso al nostro vivere insieme. Basta che di shabbat ci si riposi, però!

eFFe

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eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

1 Commento
  1. F, io di Roth ho letto solo Pastorale Americana, che mi ha un pò annoiatoe un pò depresso…ma, GRAZIE al tuo pezzo, ho deciso di provare con il Lamento di Portnoy!