Raymond Queneau

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The Godfather / Raymond Queneau

C’è un esempio famoso di Umberto Eco che più o meno dice: i parenti sono serpenti solo per la rima e non per la consanguineità. Nella poesia è il suono che comanda. Nella letteratura no, perché la letteratura crea dei mondi. È una cosmogonia. Ovviamente i mondi creati dai libri non sono reali, né veri. Basti pensare alla fantascienza o, più semplicemente, al Codice da Vinci. Però devono essere possibili. Rappresentazione di stati di cose alternativi allo stato di cose reale. Quindi si può volare, si può essere comandati dai robot e così via. L’unica cosa che si chiede a questi mondi è uno dei fondamenti della logica: devono rispettare il principio di non contraddizione. Se a un certo punto Harry Potter perde i suoi poteri, allora qualche mago cattivo glieli ha tolti. Non è che si può fare finta di niente e dire che non li ha mai avuti. Creare un mondo possibile significa creare un universo narrativo con una coerenza interna, capace di stipulare con il lettore un patto finzionale per il quale, riassumendo, non è vero ma ci credo.

Raymond Queneau, che nella sua opera ha fatto mille cose incredibili, riesce a mettere in scena continuamente questa operazione. In Suburbio e fuga (Einaudi, 204 pp. 9 euro) il protagonista, Jacques, vive mille vite differenti. Da figlio di un semplice calzettaio e «di una madre insignificante», diventa capitano dell’esercito olandese, campione del mondo di scacchi, fachiro nel cristallo, cercatore d’oro, attaché all’ambasciata di Pechino, «lord inglese (per adozione), gran lama (per vocazione), presidente della repubblica di Nicaragua (per elezione), presidente della repubblica di Costa Rica (per rivoluzione) e presidente della repubblica di Guatemala (per occupazione)». E tante altre cose. Tutto il libro è un susseguirsi di vite possibili che iniziano e terminano in ogni pagina, in un turbinio che spesso ne sporca il discernimento: non si capisce bene quando inizia il sogno o ricomincia la realtà.

I mondi possibili si rincorrono uno dopo l’altro rendendo la realtà di partenza una semplice possibilità come tutte le altre. Qualsiasi altro autore, per delimitare i confini, avrebbe usato un espediente linguistico come shift tra mondi, anche solo un e Jacques si immaginò di… o un e Jacques vorrebbe diventare… Oppure avrebbe usato un accorgimento visivo, una riga vuota tra il primo paragrafo e il secondo, o un carattere tipografico diverso. Queneau invece, da buon avanguardista e sostenitore dell’avanguardia (il suo amico italiano era Enrico Baj, mica Calvino), usa la velocità. Velocità narrativa, si intende. Il mondo possibile “originale”, quello della storia iniziale, è costruito con un andamento narrativo canonico: avvenimenti salienti diluiti da digressioni e descrizioni, di modo che, in 10 pagine, succedono due o tre cose rilevanti, non di più. I mondi possibili derivati invece proliferano a diverse velocità, di modo che ogni vita viene descritta dalla successione dei due/tre avvenimenti centrali attorno ai quali si impernia. Una intera carriera di boxeur in pochi paragrafi; le peripezie d’acrobata in due righe. Lo shift tra i mondi è la velocità. E non a caso lo shift, il cambio della macchina in inglese, fa esattamente questo.

Jacopo Cirillo

Jacopo Cirillo

"La critica è semplicemente letteratura sulla letteratura. La critica non spiega, non giudica, non individua valori, non ha nulla da capire; è una gestione di parole a proposito di parole. È una narrazione che ha per personaggi le parole di un libro".

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