Truman Capote

Ogni lettore ha preso parte almeno una volta a una conversazione di questo tipo:

— Ieri sera ho visto Colazione da Tiffany.
— Il libro, l’hai letto?
— [sguardo stupefatto] Esiste il libro?

Assistere a un dialogo del genere è un momento drammatico che – purtroppo – accade più spesso di quanto si immagina. Accade a F. Scott Fitzgerald con Il curioso caso di Benjamin Button, accade a Stephen King con Le ali della libertà (al secolo Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank) e accade a tanti altri. Truman Capote, però, è uno dei pochi la cui vita sembra girare costantemente attorno alla pellicola cinematografica.

Il perigeo di quest’orbita – per l’appunto – è Colazione da Tiffany, film culto che imprimerà Audrey Hepburn nella storia ma di cui pochi ricorderanno la vera origine. C’è poi Capote, basato non tanto sulle vicende narrate nel più bel libro di Capote, A sangue freddo (del quale avevano già girato un film), ma sulla fatica che quell’omuncolo geniale ha dovuto spremere per ben sei anni. E non dimentichiamoci l’apogeo, Il buio oltre la siepe di Harper Lee (Dill – l’amico di Scout – è Capote in persona).

È strano per uno come lui – uno che per anni è stato il centro vorticoso di un certo tipo di letteratura – essere ricordato con la coda dell’occhio. Capote parlava della sua vita, certo, ma non di lui. Truman Capote è il cesellatore secondo il quale le opere di Jack Kerouac non erano “scrivere”, ma “battere a macchina”. Le prime revisioni le scriveva sdraiato e tutte a matita:

Sono un autore completamente orizzontale. Non riesco a pensare a meno che io non sia sdraiato, o sul letto o sul divano e con caffè e sigarette a portata di mano. Sorsi e sbuffi sono indispensabili. Con l’avanzare del pomeriggio, passo dal caffè al té alla menta allo sherry ai martini. No, non uso una macchina da scrivere. Non all’inizio. Scrivo le prime versioni a mano (matita). Poi faccio una revisione completa, anche questa a mano. Essenzialmente penso a me stesso come a uno stilista […]

Stilista lo era. Riusciva a scrivere così chiaramente che la sua mano veniva nascosta e restava la storia in tutta la sua crudezza. Avevamo già parlato di Gay Talese e di Onora il padre: per A sangue freddo valgono le stesse considerazioni. Com’è possibile sperare che una famiglia – il cui massacro è arcinoto – sopravviva? Per metà libro, A sangue freddo è così: la speranza (preghiera) che la famiglia Clutter si salvi, che Smith e Hickock finiscano in un’altra casa. Qualsiasi altra casa. Roba da maestro del thriller.

Gay Talese disse: «gli scrittori di non-fiction sono cittadini di seconda classe, l'Ellis Island della letteratura e, sì, questo mi fa incazzare.» Il 30 settembre Truman Capote avrebbe compiuto 84 anni. Facciamogli un regalo: diamogli il posto degno di un cittadino di prima classe quale fu.

Jacopo Donati

Scrive per Finzioni Magazine e lavora per Bottega Finzioni. Al terzo lavoro con un "Finzioni" da qualche parte avrà la certezza di essere in Matrix o in qualche Truman Show.

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