Vladimir Nabokov

The Godfather / Vladimir Nabokov

Ciò che più, dall’alto della nostra somma ignoranza, potremmo rimproverare a Vladimir Vladimirovič Nabokov è forse il fatto, come ricorda Isabelle, una tra le poche «troiette» intellettualmente stimolanti chez Michel Houellebecq, di essersi «sbagliato di cinque anni» riguardo «qualcosa di essenziale»: «Ciò che piace alla maggior parte degli uomini non è il momento che precede la pubertà, è quello che la segue immediatamente». Errore imperdonabile, ahimé, come ben sa l’houellebecquiano partner della saggia Isabelle, il quale da par suo dichiarerà, prima di offrirci un dettagliato résumé di alcune tra le sue più celebri performanceSi preferiscono le troione palestinesi, per esempio –, di non avere mai sopportato «quello pseudopoeta mediocre e manierato, quel maldestro imitatore di Joyce, che non aveva neppure avuto la fortuna di disporre dello slancio che, nell’irlandese insano, permette talvolta di sorvolare sull’accumulo di pesantezze».

Che le brutali esternazioni di Daniel1 siano o meno condivisibili, sta di fatto che il Nostro, nato nel 1899 a San Pietroburgo ma ben presto calzati, a cavallo tra i due conflitti mondiali, i panni del sofisticato intellettuale cosmopolita se non addirittura quelli del paradigmatico homme de lettres translingue, ha indelebilmente impresso la sua griffe sul romanzo americano e mondiale, novecentesco e non. Merito, tutto ciò, soprattutto di Lolita? Senza dubbio, come attesta la circolazione (e la conseguente fascinazione popular) dell’idea di nymphet o «ninfetta» nonché le sue successive, pessime ricodificazioni (multi)mediali. Ma a iscrivere Nabokov nell’albo, discutibilissimo ma imperituro, della world literature hanno certo contribuito, tra l’altro, anche romanzi intimamente lirici e strazianti (Il dono, Ada), intelligentissimi (La vera vita di Sebastian Knight) o surrealdistopici (Invito a una decapitazione). Senza dimenticare le preziosissime Lezioni di letteratura tenute presso la Cornell University nel decennio 1948-1958, frequentate peraltro in qualità di studente, così pare, anche da uno scrittore di cui, cfr. M. del nipotino Tommaso Pincio, «gira una foto di quando era ragazzo dove si vede una coppia di dentoni da castoro», e quella splendida eccezione sulla quale Eccezioni probabilmente tornerà a breve a titolo Fuoco pallido o Pale Fire che dir si voglia, elegante poema dell’esaurimento – più o meno così John Barth lo descrisse in The Literature of Exhaustion – e pietra miliare del postmodernismo colto e cult d’oltreoceano.

Afflitto, come ricorda in Ada, dove «i suoni hanno un colore», da una forma acuta di sinestesia, piace (a me perlomeno) ricordarlo così: esule prima in Germania dove si mantiene come istruttore di tennis e boxe, poi negli USA lepidotterologo, raffinatissimo prosatore e maniacale traduttore (l’Eugenio Onegin di Puškin, nella sua versione, per dirne una, ospita una sezione di note a margine sette volte circa più ampia del poema stesso), infine trincerato in una suite al sesto piano del Palace Hotel di Montreux, in Svizzera, dove prima di morire ininterrottamente si dedicherà alla collezione di farfalle.

Non mi stancherò mai di ripeterlo, questa – certo non la sua antitesi hemingwayiana – è più o meno la perfetta silouhette del romanziere da tramandare ai nostri illetteratissimi posteri.

 
Filippo Pennacchio
 
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