
The Godfather / William Faulkner
William Faulkner, probabilmente il più grande romanziere di sempre, tra le altre cose era anche – così dicono – un ubriacone, un razzista, un misogino, un omofobo, un impotente, un perdente. Tutte cose che di per sé bastano a rendermelo piuttosto, anzi molto simpatico.
Sulla carta avrebbe invero dovuto recitare pedissequamente la (grandiosa) parte del southern man, con tutto ciò che ne consegue: sputare un sacco a terra, masticare ininterrottamente tabacco quindi di nuovo sputare a terra, produrre attestazioni di virilità 24/7, biasimare ripetutamente la propria donna, guardare cavalli, dire “negro” ogni tre per due, stringere in una mano la parola del Signore e nell’altra la proverbiale whiskey bottle. E invece, diversamente da altri suoi illustrissimi connazionali non andava particolarmente fiero di questo stile di vita, anzi nei suoi romanzi e racconti deprecava (a volte sottilmente, ma fa lo stesso) quei personaggi che gli ricordavano l’uomo che avrebbe dovuto essere – un vero macho: uno alla Hemingway, si intende, ma con qualcosa di bello da dire, ogni tanto – e che invece non fu mai per davvero.
Ricevette un Nobel quando ormai aveva scritto le sue opere migliori (da poveraccio, mantenendosi come imbianchino, falegname e fuochista, usando come tavolino una carriola capovolta) e quando, per dirla con Will Oldham, l’ennesimo cold glass of gin era diventato il suo unico conforto. Evviva. D’altra parte possiamo immaginare che negli anni ’30 fossero pochi i lettori disposti a leggere di un ritardato mentale che racconta in stream of consciousness la decadenza della propria famiglia (L’urlo e il furore), del cadavere di una donna che, caricato su un barroccio sgangherato, deve patire indicibili soprusi prima di trovare (indegna) sepoltura (Mentre morivo), di una studentessa diciottenne violentata per mezzo di una pannocchia da un bootlegger impotente e di seguito convertita a maîtresse in quel del Mississippi (Santuario).
Ma, al di là di tutto, che cosa ha reso Faulkner un grandissimo? Mah, forse la capacità di amalgamare tra loro una forma – uno stile, una lingua – sperimentale, proto-avanguardista, altamente lirica e una sostanza – un tema o un insieme di tematiche – per converso classicissima. Altrimenti detto, Faulkner ci insegna che si può scrivere di rednecks, di fienili in fiamme, di una contea (Yoknapatawpha) dal nome (solo quello) immaginario anche usando uno stile barocco, una lingua “alta” e “poetica” e senza dover necessariamente adottare la prospettiva di un contadino dell’Ohio.
E poi, ovviamente, c’è l’epico senso della sconfitta e della condanna, per descrivere i quali ancora oggi, non a caso, si usa l’aggettivo “Faulkneriano” (cfr. ad esempio David Foster Wallace, Infinite Jest: «Il sesso tra la Mami e C.T. l’immaginavo come qualcosa di frenetico e faticoso, con un sapore come di eterna, Faulkneriana condanna») e decine di eroici personaggi annientati dall’invidia, dall’alcol, dalla solitudine, dai morsi dell’odio (vedi Assalonne, Assalonne!).
Oggi che la figura del loser – o la sua declinazione più comune, il “preso male” – non va più tanto di moda e che nessuno scrittore usa più una carriola come scrivania quei personaggi (e quegli autori) ce li sogniamo; tanto più, semmai ne leggessimo, finiremmo per biasimarli. Mamma mia che fichette che siamo diventati.
Filippo Pennacchio




