Alda Merini è la poesia.

Io l’ho conosciuta per caso nel 1998, in una piccola stazione dimenticata: era un pomeriggio di pioggia, quando all’attesa stanca del dopolavoro si mescolano la noia e la malinconia.

Io riconobbi in lei da subito una madrina, in virtù del principio che la poesia è prima di tutto e anche una relazione intima tra chi canta e chi ascolta e che prima che sia la schiera dei titolati a riconoscerlo, madre o padre letterario è chi sentiamo appartenerci come carne della stessa carne.

Lei stava dimessa tra gli occasionali compagni di carta per viaggi da pendolare, tra Harmony e Tutto Freud tascabile: alda merini, 57 poesie. 4.900 Lire. Un’edizione da lettura rosa senza premessa e senza note: la pura voce del canto si elevava così inaspettata e violenta da quelle pagine senza pompa magna che ne rimasi travolta.

Alda Merini era così: non volle sedere tra i poeti laureati e non fece di sé un culto; sapeva che il poeta è «un artigiano del cuore superbamente ignorante», ma, nell’epoca in cui i poeti dichiaravano la morte della poesia, lei cantava come un vate greco, scrivendo di sé «abitava tra i suoi vaticini, che la invadevano delle loro forme». Rivendicava alla propria lirica l’antico statuto di voce rivelatrice e l’incanto di Orfeo, perché come Orfeo il poeta è sceso all’Inferno e l’ha sedotto.

L’inferno di Alda fu la follia, secondo una fratellanza antica tra genio e sregolatezza che vide fra i suoi accoliti anche il grande, mai troppo ricordato, Dino Campana. Portò il dono della poesia come una croce e allo stesso tempo la oppose con orgoglio titanico al buio del silenzio.

Il rischio di ridurre Alda Merini a caso biograficoPer molti fui solo un’isterica» in chiusa alla lirica Alda Merini), nell’epoca dei talk show a facile impatto emotivo, è stata ed è grande: Alda la pazza che parlava di persecutori notturni che le entravano in casa, Alda la strana che viveva sui Navigli, tra mozziconi di sigarette e muri graffiti di numeri e parole, in una casa che oggi dovrebbe diventare museo, Alda che ha visto e racconta cosa succedeva dietro le sbarre dei manicomi per la fame di lacrime sadiche del pubblico. Per Alda la biografia è condizione necessaria, ma non sufficiente a comprenderne la poetica: condizione necessaria, nel momento in cui sentì la poesia anche nel suo valore sociale di testimonianzaper me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. (…) chi non aveva nessuno scompariva all’improvviso nel nulla»), come avviene nella raccolta poetica Terra Santa del 1984 e nella prosa L’altra verità. Diario di una diversa, edito nel 1986. Non sufficiente, perché la sua grandezza travalica i limiti della privata esperienza esistenziale.

Nacque a Milano il 21, a primavera, nel 1931 e vi morì il giorno dei morti del 2009. In mezzo ci sono i suoi dolori (la scioccante esperienza della guerra, la depressione, gli internamenti, la sottrazione delle tre figlie avute dal marito Ettore Carniti), il suo debutto poetico a sedici anni, col plauso di Giacinto Spagnoletti, gli incontri con i grandi: Manganelli, il grande amore, Maria Corti (curatrice della raccolta Vuoto d’Amore, del 1991, dedicata a Manganelli), Quasimodo, Montale, Pasolini, suoi estimatori, gli amori di amante (contrastato quello col poeta tarantino Michele Pierri) e di madre, ma, soprattutto, l’incanto schietto e vivido dei suoi versi:

se mi alzo e divoro

con un urlo il mio tempo di respiro,

lo faccio solo pensando alla tua sorte,

mia dolce chiara bella creatura,

mia vita e morte,

mia trionfale e aperta poesia

(O mia poesia, salvami)

Cristina Farneti