Saffo

Mi verrebbe da raccontare di quella volta in cui arrivammo ad Assos, in Turchia, con una piccola barca da pesca, sulla cui poppa erano stati sistemati dei vecchi tappeti lisi e dei cuscini, il tutto protetto da un telone per fare un po' d'ombra. Oltre a me e al mio amico Murat, c'era solo una coppia di turisti svedesi. Dopo quattro ore di navigazione seguendo la linea della costa, i due barcaioli turchi avevano gettato le ancore nel porticciolo delimitato da un solo molo, che nascondeva delle acque incredibilmente cristalline. Sul fondo del mare, a pochi metri, si vedevano chiaramente dei resti di antiche costruzioni. Sulla via del ritorno la barca puntò il mare aperto. Di fonte a noi l'isola di Lesbo.

Ma poi dovrei pure dire dell'abbordaggio della Marina Greca, attentissima a ogni sconfinamento turco nelle proprie acque, della perquisizione, della pistola… e poi andrei fuori tema. Del resto, io quell'avventura me la ricordo soprattutto perché – pur non avendolo programmato – misi piede nella terra che ha dato i natali a Saffo.

La letteratura femminile nasce con lei, per cui se c'è un'autrice che merita di diritto il titolo di godmother, si tratta proprio della poetessa di Lesbo. Cantrice dell'amore e dell'innamoramento, nelle sue declinazioni più intimiste. Sacerdotessa devota di Afrodite. Maestra in un tiaso, una scuola per giovani donne. Aristocratica ed esule politica. Amante, moglie, madre. Di Saffo si è detto tutto e il contrario di tutto. Fatto sta che quel che sappiamo viene da fonti successive al periodo in cui è vissuta, a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C.

Quel che è certo è che da subito ha goduto di fama e apprezzamento, e la schiera di poeti che hanno tratto ispirazione dai suoi versi è fitta: Catullo, Cavalcanti, Leopardi, mentre in Italiano disponiamo delle traduzioni di Pindemonte e Quasimodo. La sua fama sui basa su due elementi: le leggende che sorsero subito dopo la sua morte (per colpa di quello che i filologi chiamano un autoschediasmo, cioè un'interpretazione improvvisata, raffazzonata, forzata), in particolare sulla sua presunta omosessualità, e un corpus poetico che consiste in pochi frammenti e un'unico componimento completo, l'Inno ad Afrodite.

Di questi due fattori, la questione dell'omosessualità di Saffo è presto risolta: nella Grecia del VI secolo a.C. il problema, semplicemente, non si poneva. I rapporti amorosi tra persone dello stesso sesso erano una consueta forma di apprendimento delle faccende erotiche, soprattutto visto e considerato che uomini e donne facevano vite socialmente separate. Non c'era morbosità, non c'era vergogna, non c'era dissimulazione. E i suoi versi lasciano trasparire tutto ciò con una potenza senza precedenti. Quando una persona scrive «Scuote l'anima mia Eros | come vento sul monte | che irrompe entro le querce | e scioglie le membra e le agita | dolce amara indomabile belva» che differenza fa sapere se siano parole destinate a un uomo o una donna?

eFFe

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eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

3 Commenti
  1. Sia lode a Saffo! Concordo appieno con la sua importanza per la cultura e la letteratura tout court (ometto volontariamente l’aggettivo “occidentale”).
    Vivamente consigliabile “Il salto di Saffo” di Erica Jong.

    Ps: si dice, e si scrive, “autoschediasmo”. 😛