C’eravamo tanto amati, Bukowski e io

Photo Credit

Mi era già capitato con la musica;
avete presente un disco, che non si ascolta da un po' – facciamo un paio d'anni – quel genere di disco che, come si dice, ha fatto-parte-della-nostra-vita et similia, quel genere di disco a cui siamo affezionati, quel genere di disco che ti volevi tatuare il titolo, quel genere di disco che è stato come un fratello, tipo, come un testimone di nozze;
avete presente la delusione quando suona e la rivelazione che non lo ami più è fastidiosa come neve ghiacciata che scende lenta, dal coppino verso il culo, che, probabilmente, lo si mitizzò un pochino, quel disco, che, sì, forse ad avere vent'anni, è bello, d'accordo, ma io non sono più IO e lui non è più LUI;
ecco, mi è successo con le poesie di Charles Bukowki;
a vent'anni leggevo delle gran poesie, tra le mie preferite quelle di Chinaski, così drammatiche nella propria semplicità, così dirette e così maledette;
la scorsa settimana ho ripreso in mano La canzone dei folli, secondo capitolo di un'ideale trilogia cominciata con Quando eravamo giovani e terminata con Il grande, l'ho riaccolto con un abbraccio, con un bacino sulla copertina, l'ho riletto a colpo sicuro ma già alla seconda poesia la fame d'aria ha fatto capolino, ricezione scarsa, poi assente, poi era colpa della traduzione, poi era colpa mia, poi era colpa sua, poi l'ho finito, ho spento la luce e sono andato a letto amareggiato, come se avessi litigato con qualcuno, il giorno dopo, uguale: non mi piacciono più le poesie di Bukowski (alcune, suvvia), e chi l'avrebbe mai pensato?

sapete, mi chiedo cosa sia giusto, lasciare sulla Billy i libri che abbiamo amato quando eravamo sbarbati intellettuali stradaioli, cristallizzarli in un contesto spazio temporale al quale, giocoforza, abbiamo cessato di appartenere, o riprenderli in mano, riprovare il gusto, rischiare il precipizio e accettare il qualsivoglia responso?

ordunque, ditemi di voi, delle vostre delusioni libresche, dei libri della vita riletti e poi reietti, magari con una lacrimuccia.

 

Andrea Meregalli

Vivo con Isabella e Arturo Bandini. Lavoro come giornalista freelance aka una maniera edulcorata di lavorare come giornalista precario. Faccio gli articoli e i siti e i social e i comunicati stampa e gli speech e il seo e la seo: parità di genere. Ho un blog di letteratura e ho scritto un libro, come tutti.

7 Commenti
  1. A me è successo con tutta la bibliografia di Bukowski tanto amata quand’ero più piccolo. Ho riletto qualche riga di Factotum e nella testa non c’era altro che il verso di una canzone che dice “Anche tu Bukowski dimmi la verità, di quella birra non ne hai bevuta la metà”.

  2. Successo con “l’insostenibile leggerezza dell’essere” letto alle superiori e ripreso in mano anni dopo. Mi sembrava che gli uccelli delle coincidenze invece di posarsi sulle spalle come San Francesca d’Assisi ci avessero mollato del guano

  3. Be’ penso che succeda con buona parte dei libri letti durante l’adolescenza. Poi si cresce e li si vede in un’altra ottica. Certo non parlo dei classici immortali che hanno accompagnato generazioni di adolescenti aiutandoli a formarsi, parlo di tutti quei libri propriamente adolescenziali che di generazioni ne hanno accompagnato solo una (tipo “Jack Frusciante” o “Due di due” che comunque consiglierei sempre a mio cugino di 14 anni se solo leggesse…)
    Forse un libro che ho amato la prima volta che l’ho letto e ho odiato la successiva è “Il piccolo principe”. L’ho amato forse anche perché mi è stato regalato per i miei 18 anni da una ragazza per la quale avevo una gran cotta. L’ho odiato un paio di anni dopo perché, quando l’ho riletto, con quella ragazza ci eravamo lasciati e rileggere quel libro mi faceva pensare a quanto ero patetico a emozionarmi per cose “tanto puerili e banali”. Oggi penso che sia un libro carino ma sopravvalutato (comunque lo consiglierei sempre al sopracitato cugino, ma ahimè non legge…).

  4. faccio fatica a digerire la nuova disaffezione per Bukowski.
    avevo sempre in macchina un libruncolo edito da Mondadori, una selezione di poesie, me lo leggevo in pausa pranzo, me lo leggevo al semaforo, me lo leggevo nei parcheggi, di mattina, accanto ai camion, in copertina un primissimo piano di mozziconi, una trentina: bellissimi.
    e ora temo per Carver, Fante, Hemingway e Vian.

    mio dio, cosa sto diventando?

  5. come ti capisco! ho gran paura di riprendere in mano alcuni ‘romanzi formativi’… temo che ora mi potrebbero risultare addirittura irritanti.
    non so se farò mai la prova del nove.

  6. Mi è successo con “Cent’anni di solitudine”. Letto due volte avidamente da adolescente. Ripreso da giovane donna e… non sono riuscita a finirlo. Non so spiegarmi il perchè. Forse quella folle famiglia, piena di contraddizioni e di alchimie fantastiche, quando ero giovane, mi faceva viaggiare, sognare. Da “vecchia”… forse ho solo perso le ali, o si sono trasformare in ali più potenti, che hanno bisogno di diverse spinte per volare. Non so, davvero. Ma la cosa un po’ mi ha messo malinconia :).