Quel gran duro di Onetti e i suoi Addii cipollosi

Un libro che comincia dalla fine – la gigantesca scritta spoiler – dove non succede pressoché nulla e l'unico epilogo possibile – a cui l'essere vivente tende giorno dopo giorno, minuto dopo minuto – è intuibile dal titolo e compie la propria traiettoria come il rigore alla moviola di Roberto Baggio in quel di Pasadena, luglio 1994: inevitabile e drammatica.

Si fa presto a dire: non è che mi alletti molto un libro di cui conosco il finale dal titolo e non succede “pressoché nulla” e c'è il Brasile che alza la coppa del mondo.

Probabilmente, come ha chiosato Mario Benedetti nel saggio che segue Gli Addii di Juan Carlos Onetti, edizioni Sur, nei libri dello scrittore uruguayano stagna* una certa sensazione di angoscia e l'azione latita.

Il giochino potrebbe essere prendere Cent'anni di solitudine di Gabriel García Márquez, aprirlo a caso, contare dieci pagine, annotarsi nascite, morti, partenze, arrivi, matrimoni, amori; prendere Gli Addii di Juan Carlos Onetti, aprirlo a caso, contare dieci pagine, annotarsi nascite, morti, partenze, arrivi, matrimoni, amori: da una parte succede tanto e dall'altra succede poco ma vi sfido a farne un discorso qualitativo, a sbadigliare.

gliaddiiGli Addii è un libro triste, di quella tristezza che solo la condizione umana, di quella tristezza che solo il coraggio, che solo il Sud America; un romanzo breve – un racconto lungo – pochi nomi, una voce narrante, un uomo e due donne e il contorno di chiacchiericci, pettegolezzi, ipotesi: un po' l'essenziale di qualsiasi ricetta, di qualsiasi vita.

E Onetti è come quegli chef pentastellati – è di madre brasiliana – capace di tanto con poco, per dire: manco un figlio con la coda di porcello, solo, pare niente, “la grande avventura dell'uomo”, una manciata di angoscia – in effetti – aggiustare con disincanto e destino, talento che vien giù a spolverate ed ecco un libro indimenticabile, obbligatorio, inarrivabile.

Un libro che fa piangere, come le cipolle.

* Mario Benedetti, che era una scrittore, non credo abbia proposto un termine cacofono e dissonante come “stagna”. È che non ho a portata di mano il libro.

Andrea Meregalli

Vivo con Isabella e Arturo Bandini. Lavoro come giornalista freelance aka una maniera edulcorata di lavorare come giornalista precario. Faccio gli articoli e i siti e i social e i comunicati stampa e gli speech e il seo e la seo: parità di genere. Ho un blog di letteratura e ho scritto un libro, come tutti.

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