Edoardo racconta… La sigaretta in copertina

Photo credit: Pietro Puccio

Edoardo racconta in questa bella lettera alla redazione di Finzioni e Tutte le voci di Holden di quale affinità ha trovato nel protagonista di un romanzo, partendo semplicemente dalla sua copertina.

Quando ero solo al primo anno di superiori tutti fumavano già almeno da un anno, i soldi li si mettevano in comune per pagarsi un pacchetto che il più smaliziato dei compagni avrebbe nascosto ai genitori e riportato il giorno dopo inevitabilmente alleggerito di una sigaretta, fumata di nascosto sul balcone di fretta e senza gustarne nemmeno il gusto a pieno, per la paura di essere scoperto.

Di solito il bulletto con i bronchi sotto stress che si vantava della noncuranza dei genitori, lo facevo io.

Nascondevo il pacchetto tra i libri di scuola, nello zaino, più per formalità che per timore, sicuro comunque che non avrei corso particolari rischi.

I miei genitori sono quel tipo di persone che preferisce discutere che punire, che crede di scorgere un grande valore educativo nel dialogo con i figli, e che questo portasse a maggiori benefici di una severa punizione o un sonoro sganassone. Il che equivale a dire che ero la quintessenza del bambino viziato e che mai avevo dovuto davvero rendere conto delle mie azioni. 

Anche se avessero trovato il pacchetto il peggio che mi sarebbe successo sarebbe stata una lunga ramanzina. Niente di peggio.

Così, in poco tempo, la sigaretta della sera si fece delle amiche molto strette e da un pacchetto condiviso, i soldi incominciai ad investirli in modo indipendente in pacchetti miei personali. 

Le prime volte addirittura vi scrivevo sopra il mio nome, perché ogni volta che lo tiravo fuori mi aspettavo che tutti capissero che non ero più un fumatore occasionale.

Ogni sigaretta scandiva il ritmo della mia giornata, come le campane, e suonavano a festa nei fine settimana, bruciando allegramente e quasi senza interruzione.

Di lì a poco venne l'estate e le giornate si allungarono tragicamente, contribuendo ad accorciare il periodo vitale di un solo pacchetto a qualche ora.

Anche il fatto di dover fare i compiti delle vacanze mi aiutava a trovare scuse per fumare.

Avevo un sacco di libri da leggere, tra quelli a scelta avevo guardato e comprato un libricino di Svevo, La coscienza di Zeno, perché in copertina vi era un quadro che ritraeva un tizio con la sigaretta accesa in mano che mi aveva ispirato simpatia.

Ne divorai le pagine sbattuto sulla chaise longue sul terrazzo, costantemente immerso nel fumo di una sigaretta, sicuro di non essere scoperto perché i miei erano al lavoro, e il nonno venuto a controllarmi non si sarebbe mai spinto fino al terzo piano con la sciatica che si ritrovava.

La storia mi prese molto, mi fece sorridere dell'incapacità di Zeno di risolvere alcunché, mi sentii in qualche modo partecipe della sua costante attrazione verso il fumo, che non portava mai ad un definitivo addio alla sigaretta, quasi che questa fosse una di quelle cose della vita che riescono a resistere a qualsiasi altra. Ché tutto nella vita passa, tutto, tranne il caldo raschiare di una gola invasa dal fumo e la soddisfazione che ne deriva in noi.

Io ancora dal mondo non avevo avuto tutti quei casini di cui Zeno si lamentava l'avessero portato sulla soglia della pazzia, ma sentivo in quel lucido disincantato fumatore che si dimostra alla fine del libro una figura di saggio, quasi un filosofo greco, che, pur non riuscendo a fare nulla, sa vedere chiaro nonostante la nebbia che si parte dalla sua compagna e amica.

Probabilmente il Dott. S. non era mai stato un gran fumatore, o almeno è questa l'impressione che ne ebbi alla fine del tutto.

Francesco Tarchetti

Il cognome da scapigliato è funzionale alla posa.

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