Gianni racconta… Bukowski, compagno di guai

 

Oggi per la rubrica “Tutte le voci di Holden” vi leggeremo le parole di un Holden testa calda, Gianni, che ha trovato degli ottimi maestri e compagni tra le pagine di un autore molto in voga.
 
Sono in punizione da sette giorni: ogni giorno, per quattro settimane, la scuola mi costringe a venire qui il pomeriggio ad aiutare il bidello a pulire il lerciume che lasciano tra l’aula d’informatica e la palestra. Non vi potete immaginare cosa non si trovi su quelle due rampe di scale. Il problema è che dal parapetto del secondo piano, dove si trovano le macchinette, i cretini aprono le merendine e gettano le carte direttamente giù, sulle scale, dove sanno benissimo che io, da una settimana intera, raccolgo ogni loro schifezza. Prima, sono sicuro, non volava una mezza foglia giù da quel parapetto. Lo so perché ero io l’unico che si poteva permettere certe cose. Diciamo che sono una personalità in vista del mio liceo. Se c’è un guaio è difficile che io non c’entri nulla, e anche quando questa eventualità si presenta, per non saper né leggere né scrivere, il preside decide di farsi una chiacchierata con me. Tanto per gradire. Mia madre mi chiama disperato, mio padre usa epiteti che il mio prof. di Italiano definirebbe, credo, inenarrabili, e ogni tanto non si limita solo a quelli, e mio nonno mi chiama vietcong (ha visto troppi film americani, credo). Il punto su cui tutti e tre concordano nel descrivermi è: senza speranze.
 
Io di prospettiva ci capisco poco è vero, disegno tecnico è il mio tallone d’Achille, ma non mi preoccupa molto la loro disillusione sul mio futuro. Non che me ne preoccupi poi più di tanto, ma tutti i veri grandi non hanno mai saputo ben conformarsi. Infatti ogni volta a tavola, per difendermi dalle minacce alla mia paghetta, io cito personaggi che in anni di liti ho imparato a conoscere per potermi dare il giusto tono da genio incompreso con illustri antenati: Rimbaud, Verlaine, Baudelaire e poi uno che ho letto davvero, Bukowski. Al secolo Heinrich K. Bukowski, il mio amico Charles è da sempre uno dei pochi scrittori che sopporti, perché parla di cose vere in un modo che non è assimilabile all’enciclopedia britannica. Per dirne una, dà il giusto nome alle cose: se deve parlare dell’organo genitale maschile, usa quel nome lì, quello gergale che non posso ripetere dato che non voglio allungare la mia punizione, ma l’importante è che non ci gira attorno, è quello. Non ci puoi fare nulla.
 
Quello che mi piace di Bukowski, o Buko come lo chiamiamo tra noi, è che ti parla del mondo coì com’è, senza tante altre storie, e se ti va bene è così, se no chiudi il libro e vai a sentire qualche concerto di musica classica col tuo frac, se ci tieni tanto ad emanciparti. 
Nessuno ti costringe, ma, e Buko lo dice chiaro, il mondo non sta nelle sale da concerto ma sulla strada. Mia madre a questi discorsi sbianca a tal punto che quasi mi sento in colpa, ma poi mio padre non mi lascia il tempo di sentirmi colpevole: devo evitare le sberle.
Così, ecco, adesso, tra una cartaccia e un’altra, Mauri, il bidello, mi lascia leggere il mio Bukowski senza troppe storie, perché gli ho prestato un suo libro e mi ha detto che gli è piaciuto, che è un libro educativo, che preferirebbe di gran lunga tener d’occhio una montagna di suoi libri al posto dei tre dizionari di latino nascosti nel sottoscala.

Francesco Tarchetti

Il cognome da scapigliato è funzionale alla posa.

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