Samuele racconta… una normale telefonata a Carver

Samuele ci parla della scoperta della bellezza della normalità, dopo tanta ansia e tante aspettative, con un pensiero su un libro di Carver.

Stavo studiando per un compito di latino. 
Il perfetto, il piùcheperfetto, perfetto congiuntivo. 
Perfetti dappertutto.
 Al professore è sempre piaciuto scherzare su questo aspetto del latino, dicendoci che proprio perfetta come lingua non la era, che il greco, ci dice, ha un retaggio più nobile, è più sofisticato, una lingua nobile: la vera lingua perfetta.
Io non so quale sia la lingua perfetta, se esista o meno, ma so che mi piacerebbe impararla.
 Sono un ragazzo a cui piace imparare, mi piace studiare quasi tutto e in quasi tutto raggiungo buoni risultati.
 Non trovo, in realtà, particolare gusto nell'eccellere in specifiche materie, né ad essere coccolato dalle attenzioni pedagogiche dei professori, ma ho sempre ricercato queste cose: la nomea di sgobbone, la piccola gloria di essere la stella di un liceo di provincia, dove nessuno può in qualche modo competere con i miei risultati accademici, e l'approvazione, l'ammirazione quasi, dei miei familiari.


Ho sempre pensato che, per quanto insipidi piatti fossero, questi risultati sarebbero stati necessari per costruirmi un futuro.
 Un futuro perfetto, come nel latino.
 Il futuro che ho da sempre avuto l'ansia di costruirmi non ha mai avuto lineamenti ben definiti, nessuna specifica aspirazione o grande sogno per cui lottare, ma sempre ha avuto il profumo della felice realizzazione di tutte queste cose. 
Ma l'ho sempre chiamato perfetto perché non è mai stato semplicemente un futuro felice, ma questa idea di questo mio futuro portava con sé il sogno di una grandezza, di una straordinarietà che mi avrebbe contraddistinto, mi avrebbe fatto brillare di una luce che non avrebbe avuto nulla a che fare con i modesti riflettori del liceo.


Spesso mi prendeva l'ansia di non farcela, la paura che un piccolo fallimento sarebbe bastato a farmi crollare, a demolire i miei castelli di carte, così ogni verifica, ogni interrogazione, ogni test diventava, per tutta la famiglia, un affare di stato, un crescendo di raccomandazioni bisbigliate e attenzioni particolari per la mia alimentazione, per le ore del mio riposo e della mia pace.
Nell'ottica di un miglior rendimento, mi è stato insegnato a prendermi le giuste pause, e ho sempre avuto un debole per quel particolare piacere che da il rilassarsi sul divano con la lettura di un racconto, quella particolare forma di letteratura che non richiede tanto tempo e tanto impegno, ma che sa regalare grandi attimi di piacere. 
Così, tra tutti i perfetti di cui si costituisce il sistema verbale latino, mi sono trovato tra le mani Da dove sto chiamando di Raymond Carver.


Era un po' che adocchiavo quella raccolta in libreria, mi era piaciuta la foto sulla copertina, e il naturale fascino dell'autore pluricitato aveva spinto molto sull'accelleratore del nostro scontro.
 Parlo di scontro esattamente perché mi trovai, nella lettura, davanti ai fatti più normali che avessi mai incontrato in un libro. Niente di sfolgorante, nessun parolone, nessuna grande azione, nemmeno la più piccola traccia di eroismo. 
Nemmeno i grandi crimini a cui i gialli mi avevano abituato.
 Tutto era perfettamente normale, banale perlopiù. 
Eppure la luce che traspariva da quelle pagine scaldava molto più dei riflettori del mio liceo, aveva un gusto di realizzazione ben più pieno del mio futuro indefinitamente perfetto, aveva una compiutezza ben più grande di tutti quei perfetti latini. Tornare a studiare, quando il timer che scandiva le mie pause tornò a trillare, mi riuscì molto difficile.

Francesco Tarchetti

Il cognome da scapigliato è funzionale alla posa.

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