Anche il silenzio finisce

 

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Esce in questi giorni, contemporaneamente in tutto il mondo e già tradotto, l’ultimo libro di Ingrid Betancourt, la ex-candidata presidenziale colombiana, rapita e tenuta in ostaggio per più di sei anni nella giungla del paese sudamericano. E proprio di quei sei anni e mezzo racconta in gran dettaglio il libro, intitolato "Non c’è silenzio che non abbia fine" (pubblicato per i tipi della Rizzoli in Italia), offrendo una descrizione truculenta e realista di una prigionia durissima. Non si tratta del primo libro sulla sua esperienza di prigionia, ma segue i precedenti "Forse mi uccideranno domani" e "Lettera dall’inferno a mia madre e ai miei figli".

Ingrid Betancourt fu rapita il 23 febbraio 2002, durante la campagna presidenziale, e tenuta in ostaggio fino alla sua liberazione il 2 luglio 2008 – liberazione su cui aleggiano rumori di influenze americane e francesi, visto che la donna è anche cittadina del paese d’oltralpe. Sei anni e mezzo di vita nelle condizioni estreme della giungla colombiana, sotto costante minaccia di morte da parte dei guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), che controllano ancora oggi una porzione del paese.

La scrittura è intima e realistica allo stesso tempo: la Betancourt riesce a raccontare situzioni al limite della sopravvivenza – i tentativi di fuga, le successive punizioni, la disciplina imposta ai prigionieri – senza abbandonarsi al vittimismo ma senza rinunciare alla sua umanità e alla speranza. Lo stesso titolo del libro si riferisce al tentativo dei carcerieri di cancellare l’identità della donna costringendola a non usare il suo nome ma un numero di matricola – come accadeva, non a caso, nei campi di concentramento. Il rifiuto di Ingrid Betancourt di obbedire parte esattamente dalla considerazione che anche all’orrore, alla tortura, alla violenza ci deve essere un limite, e cioè che anche il silenzio, prima o poi, finisce.

eFFe

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eFFe sarebbe un antropologo, ma ha lavorato come lavapiatti, professore, pubblicitario, ghost-writer e sandwich-man. Di conseguenza non crede che un uomo possa essere definito dal lavoro che fa, ma solo da come lo fa.

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