4 consigli per aspiranti scrittori auto-sabotatori

Philip Roth l’ha detto e l’ha detto bene:

Scrivere è frustrante: si passa il tempo a buttar giù parole sbagliate, storie sbagliate. Ci si sbaglia in continuazione, si fallisce continuamente e si vive in una frustrazione perpetua

Chiaro, l’ha detto dopo oltre cinquant’anni di carriera, dall’alto di un successo incontestabile, prima di far calare il sipario sulla sua professione di scrittore. Leggendo queste parole mi sono subito chiesta se si trattasse di un’affermazione di falsa modestia, di un monito rivolto a chi ha intenzione di intraprendere la strada della scrittura oppure di una confessione liberatoria. Quali che siano state le ragioni alla base di dichiarazioni allo stesso tempo così schiette ma anche altrettanto amare, fatto sta che ha detto il vero. E ben lo sa la prolifica categoria degli aspiranti scrittori che lotta costantemente con questa dolorosa frustrazione di scrivere, o di volere e non potere, o di farlo e non riuscire, e finiscono per intrappolarsi in una ragnatela di lamentele, autolesionismo, pulsione all’abbandono.

Self-Sabotage l’ha definito l’Huffington Post in un articolo ispirato dal Writer’s Relief Staff, derivante dal vacillare di quell’intima convinzioni che il talento basti da sé a spianare la strada, e che se e quando questo non avviene – quando non si riesce a centrare l’obiettivo fissato che può essere, e il più delle volte è, la pubblicazione, ma spesso è semplicemente il portare a termine la storia immaginata, inseguita, sudata – il tarlo del dubbio circa le proprie capacità si mette istantaneamente al lavoro fino a rosicchiare totalmente l’autostima.

Esisterebbero, in questo senso, quattro scenari possibili e altrettante soluzioni, ma premetto francamente che ho trovato sia gli uni che le altre poco originali e non so quanto  garantite (mi riferisco alle soluzioni):

1) scrivere è una fatica che raramente ripaga e si inizia a scordare persino il perché ce ne siamo innamorati. L’ispirazione viene meno e ci si sente sempre più forzati a continuare.

Soluzione: non trattate la scrittura come un lavoro; scrivete solo quando sentite la grazia dell’ispirazione tornare a soffiare il suo alito divino dentro di voi.

2) perché gli altri sono pubblicati e noi no? Forse non abbiamo il talento che credevamo di possedere?

Soluzione: fate un passo indietro e lasciate che siano gli altri a giudicare: un amico, un familiare (possibilmente non troppo indulgente, n.d.a); prendete nota delle loro critiche, dei suggerimenti e lavorateci sopra.

3) il famigerato blocco dello scrittore.

Soluzione: abbandonate la scrittura per un po’ di tempo e trovatevi un altro hobby, potrebbe essere che l’osservazione e il confronto con una nuova passione riescano a rinvigorire la fiamma di quella vecchia.

4) Nonostante abbiamo seguito tutte le indicazioni di cui sopra e siamo finalmente riusciti a portare a termine la nostra fatica narrativa, continuano a pioverci addosso lettere di rifiuto.

Soluzione: alla faccia del talento, esiste una sola possibilità su 100 di fare centro al primo colpo con editori o agenti letterari. Assicuratevi innanzitutto di avere selezionato i “destinatari” giusti (gli editori non sono tutti uguali, non tutti pubblicano di tutto) e in ogni caso non perdetevi d’animo e non smettete di provare. Se necessario, inviate il vostro manoscritto a 100 editori.

Tutto questo potrà anche essere vero e, per qualcuno, funzionare. Io però continuo a ripensare alle parole di Philip Roth: scrivere è un mestiere frustrante. Proprio per questo lo scenario e soprattutto la soluzione più realistica mi sembra quella di riflettere attentamente su quanta frustrazione si è disposti ad affrontare o in grado di reggere. Anche perché ottenere il successo sperato non significa automaticamente cancellare quel senso di frustrazione: spesso  finisce solo per trasformarsi in insicurezza e autocommiserazione

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

4 Commenti
  1. Roth l’ha detto bene e ora infatti vive un po’ di rendita con libri di 100 pagine che la Einaudi blocca col cellophane per evitare che il lettore forte li sfogli e capisca e li vende a 18 euro. Centro!
    A parte la boutade, scrivere è decisamente un mestiere (da retribuire). Quella del libro è una industria come quella del cinema, con grandi, medi e piccoli editori ognuno con sue politiche (massimizzare i profitti o fare “cultura” e financo cambiare le coscienze – penso agli editori di saggistica che si occupano di ambiente, clima e sostenibilità). A prescindere dai loro scopi ulteriori, tutti ne hanno uno: mantenersi. Persino Adelphi con Fleming finanzia la pubblicazione di autori più ostici.
    Quanto agli scrittori, il talento è nelle mani di pochi. Gli altri, come succede in tutte le attività creative, sono bravi professionisti, che non è una parolaccia.
    “Dove troverà l’ispirazione per quella bella musica?” Si domanda Grace Kelly in Rear Window.
    “Gliela dà il suo padrone di casa ad ogni fine del mese” chiosa cinicamente James Stewart, uomo abituato a guadagnarsi il pane, mentre la bella Grace fa la ragazza ricca che, ah sì, per hobby lavora nella moda.
    Il talento occorre averlo, ma scrivere è un mestiere che si impara. Ed è verissimo che occorre lo sguardo, sereno giusto e impietoso e onesto e non vendicativo, di un editor, che sappia vedere se il materiale funziona, quanto e come lo si può modificare e sopratutto, se quella storia è in grado di interessare qualcun altro oltre il suo autore.

  2. Commento all’analisi di questo commento: per quanto il riassunto in meno di 140 caratteri faccia torto allo commento medesimo, tale riduzione non è lontana dal vero e ringrazio moltissimo il commentatore qui sopra per averla letta e meditata prima di rilasciare il suo commento.
    Se mi preme sottolineare in modo particolare l’aspetto economico è per il fatto che Mozart, Haydn, Beethoven si facevano pagare profumatamente per le loro opere, Michelangelo dipingeva e scolpiva per chiunque, a patto che si conoscesse il suo salario (la Chiesa era particolarmente generosa e il pittore, scultore e architetto morì piuttosto ricco, anche se poi al nipote ed erede andò ben poco).
    Fitzgerald ha scritto molti dei suoi meravigliosi racconti per pagare l’affitto e i creditori e chissà se avrebbe prodotto con così piacevole sollecitudine e delizia per noi lettori se fosse stato un figlio di papà. Stephen King si mette al lavoro alle 9 e finisce alle 18 come un impiegato ed è pronto a fare causa a chiunque usi il suo lavoro senza autorizzazione.
    Solo chi considera il mestiere di scrittore un hobby trascura il lato economico. Se una persona decide di guadagnarsi da vivere scrivendo, non si vede perché non possa sentirsi frustrato per venire pagato poco.
    O forse chi scrive articoli per un giornale o fumetti lo fa per piacere e per la felicità della casa editrice non aspettandosi null’altro che il nome in copertina?
    La cosa di cui si preoccupa, giustamente un autore, dopo l’uscita del suo romanzo, è che sia adeguatamente promosso (quelli della XXX non si stanno muovendo per organizzare serate di presentazione per il libro, maledetti il mio editor non sta facendo nulla per la promozione. Ora chiamo personalmente quelli del marketing). E molti scrittori più che essere ricordati come pilastri della letteratura hanno la gentile onestà di aspirare ad essere noti o notissimi, sedurre giovani groupie alle serate letterarie ed essere pagati tanto o abbastanza. E magari diventare editorialisti di Repubblica.
    Nulla di male in questo. Il libro è un prodotto e va promosso, fatto conoscere e venduto.