Al mio amico Roald

Qui di seguito, alcune pagelle scolastiche di Roald Dahl:

 

1930 (14 anni)
Composizione inglese: «Non ho mai incontrato un ragazzo che riesca a scrivere l’esatto contrario di quello che era nelle sue intenzioni. Sembra incapace di riportare i pensieri sulla carta».

 

1931 (15 anni)
Composizione inglese: «Un incorreggibile pasticcione. Lessico povero, frasi mal costruite. Mi ricorda un cammello».

 

1932 (16 anni)
Composizione inglese: «Il ragazzo rappresenta un caso di indolenza e analfabetismo nella classe».

 

 

Queste pagelle (che ho preso da Un gioco da ragazzi e altre storie, Superistrici Salani) sono degli anni in cui Roald Dahl era uno studente di Repton, collegio prestigiosissimo del Derbyshire il cui preside, Geoffrey Fisher, nel 1945 sarebbe diventato Arcivescovo di Canterbury.

Spalancano le porte a una domanda: è davvero possibile che tutta la meraviglia che conteneva il suo cervello sia esplosa dopo? Oppure da ragazzino faceva solo finta, di non saper scrivere?

Mi piace pensare che la verità sia qualcosa di molto vicino alla seconda ipotesi; del resto Roald Dahl sapeva come essere dispettoso: sono certa che la signora Pratchett, quella del topo morto nel barattolo di caramelle, sarebbe d'accordo con me.

Se si esclude Davide, mio compagno di banco alle elementari e mio grande amico ancora oggi, Roald Dahl è stato il più caro amico che io abbia avuto da piccola.

Mi ha insegnato molte cose: a riconoscere le streghe, che cos'è la margarina, che il cielo in certe mattine d'inverno è un'enorme lamiera grigia che si srotola, che la bontà ha una stanzetta anche nei cuori più difficili, che esistono cose inspiegabili -sia nel bene sia nel male-, che vincere sempre al casinò si può purché ci si alleni molto per sviluppare la vista a raggi x, che se si stacca un peletto dello spazzolino da denti non dobbiamo ingoiarlo perché potrebbe venirci l'appendicite fulminante (da grande ho scoperto che era una sciocchezza, però nel dubbio continuo a sputarli subito), e poi anche parecchio sul Galles, sulla Norvegia, sulle compagnie petrolifere e sulla Royal Air Force, e poi ancora a non avere paura dei cattivi, perché tanto i piccoli sono più forti e soprattutto sono magici.

Non c'è cosa che io abbia imparato da lui quand'ero bambina che non mi sia tornata utile da grande. Per esempio anni fa, durante l'università, lavoravo come cameriera in un pub, dove facevo il turno 7 di sera – 3 di notte. Avevamo questo collega ch'era responsabile di sala (quindi un grado sopra di noi) e che per comodità chiameremo Ubaldo anche se non si chiamava Ubaldo: era malvagio, iracondo, instabile, e ci trattava come pezze da piede. Si lavorava in un clima di terrore. Io cercavo di tener duro come potevo, ma senza farmi vedere scappavo a piangere nello spogliatoio per un minuto tutte le sere. Una notte, in cantina, mentre si caricavano in spalla i fusti di birra nuovi da portare alla spillatrice, Ubaldo disse al mio collega F: «Voialtri dovete mettervi in testa una cosa: qui dentro siete i miei schiavi».
Quando F. me lo riferì, presi la cosa con molta razionalità: gli spiegai che Ubaldo era la nostra signorina Spezzindue.
La signorina Spezzindue (non fatevi ingannare dal film, in cui si chiama Trinciabue: il suo nome nel libro è Spezzindue) era la preside della scuola in cui andava Matilde, una donna tremenda che aveva l'abitudine di rinchiudere i bambini che la facevano arrabbiare in un armadio stretto, alto, e pieno di chiodi e vetri rotti (lo strozzatoio), e che una mattina, da ex campionessa di tiro al martello quale era, lanciò un'alunna nel prato oltre la recinzione dell'istituto perché la sua mamma le aveva fatto le trecce e lei, la preside, odiava le trecce.
Ubaldo era la nostra signorina Spezzindue prima di tutto in quanto perfido e pazzo, e poi perché, proprio come i bambini della scuola di Matilde non raccontavano ai genitori le angherìe subite già sapendo che non sarebbero stati creduti, neanche io e il mio collega potevamo dire a nessuno della sua frase, se non volevamo che a esser presi per pazzi, anziché Ubaldo, fossimo noi due.

Quell'episodio m'insegnò che nella vita ogni tanto accadono cose talmente poco credibili che l'unico rimedio è voltare le spalle alla follia altrui confidando sulla propria forza e sul proprio cervello. E poi certo, anche raccontare a chiunque, ma davvero a chiunque, di quella frase, aggiungendo però tutta la premessa sulla signorina Spezzindue. Perché se riferisci una cosa che non potrà essere creduta, che farà dire a chi ti ascolta «Ma figurati, di sicuro il tuo responsabile di sala scherzava», l'arma più potente sta esattamente lì: nel dirlo tu per primo, che la cosa è assurda e la gente stupida, e che perciò, lo sai già, nessuno ti crederà. Chi mai, a quel punto, vorrà passare per stupido?

Tu che ne dici, Roald? Sei d'accordo con me? E che ne pensi di questa cosa che ho scritto su di te, ti sembra un tributo adeguato o avrei potuto fare di meglio? Hai preferito gli anni alla Shell o quelli nella RAF? Che cos'è che ti manca di più, di quand'eri vivo? Qual è la tua storia preferita tra quelle che hai scritto? Ma soprattutto: come ti è venuto in mente di morire il giorno del mio compleanno? Che scherzo terribile è questo qui, si può sapere? Sei morto il 23 novembre del 1990, mentre io compivo cinque anni: non si fa. Sei morto che non sapevo ancora leggere: non si fa. Ti pare bello che io abbia dovuto iniziare a leggerti quando tu già non c'eri più? Ti pare giusto che io abbia dovuto volerti bene senza averti qui, nel mondo, insieme a me? Lo sai che il mio libro preferito tra i libri tuoi è Boy, perché non racconta di altri, ma racconta di te? E lo sai che da quand'ero bambina lo rileggo almeno una volta ogni due anni? Ci sono persone magiche che fanno parte di noi anche se non le abbiamo mai conosciute, perché le abbiamo lette, ascoltate, perché sono state con noi fin da quand'eravamo piccoli e hanno plasmato una parte del nostro cuore, della nostra mente, e di quello che poi siamo diventati da grandi. Tu sarai sempre uno dei miei più grandi amici. Sarai sempre la persona a cui penso ogni volta che mi lavo i denti, e anche quella a cui penso quando mangio un bel pezzettino di cioccolato. Sarai sempre la persona a cui penso quando mi scontro con le signorine Spezzindue e con le cose inspiegabili della vita, e anche quella a cui penso quando guardo il cielo in certe mattine d'inverno e realizzo che sì, è proprio una lamiera grigia che si srotola.

Buon compleanno, Roald: oggi compiresti 98 anni. Sarebbe bello averti qui e festeggiare insieme, io, te, Matilde e la signorina Dolcemiele, con una fetta di pane nero spalmata di margarina. O magari anche con una cosa più buona.

Non so dove tu sia adesso, ma sono certa che lì ci saranno senz'altro libri e caramelle. Molti libri, molte caramelle, e forse pure qualche topo morto da mettere nei barattoli: perché anche in cielo, o dovunque si vada dopo, un paio di scherzi bisognerà pur farli, vero?
 

Guest who?!

Questo articolo è stato scritto da un lettore di Finzioni.

3 Commenti
  1. Commento così bello da commuovere. All’elementari avevo una maestra che, invece delle classiche lezioni di italiano, sceglieva un libro, su cui avremmo lavorato tutto l’anno, e faceva si che tutte le lezioni girassero intorno a quello. Ero in quarta quando scelse “Le Streghe” di Dahl. Ci leggeva un pezzetto del libro sempre l’ultima ora della giornata, tirando le tende della classe e accendendo una candela. E per l’occasione noi bimbi potevamo stare seduti sui banchi! Momenti magici che ricordo con tenerezza, ventidue bambini che ascoltavano con facce spaventate ma allo stesso tempo emozionate e curiose. Ho ancora (ovviamente) il quaderno de “Le Streghe” e quando lo riguardo mi sembra di tornare piccolina e di sentire Roald Dahl più vicino che mai, proprio un amico.

  2. Ho adorato Dahl da bambina, quando ho letto ‘Le Streghe’. Credo di averlo letto anch’io alle elementari. Non ricordo la storia, ma mi è rimasto attaccato l’entusiasmo per quella storia 🙂