Annunciazione, annunciazione: James Joyce non era miope!

Alzi la mano chi di voi non si è mai lasciato incantare dallo stream of consciousness, per gli amici flusso di coscienza, tipico delle opere di James Joyce.
O comunque, se non vi ha incantati, scommetto che l'avrete odiato almeno una volta nella vita. Soprattutto durante una dannatissima interrogazione di inglese, in cui la professoressa vi chiedeva di spiegare il senso di questa tecnica per voi inutile, incomprensibile e d'intralcio alla buona letteratura e alla buona ortografia.

Ebbene, il momento della rivincita è giunto, signori miei: contrariamente a ciò che si è sempre creduto, a partire da quanto riportato dal critico letterario statunitense Richard Ellmann nella sua pluripremiata biografia del 1959, James Joyce non era miope, bensì ipermetrope. E dunque, come ci rivelano quelli del British Medical Journal, da lontano vedeva benissimo, ma da vicino aveva serie difficoltà, con buona pace della punteggiatura, troppo piccola per essere distinta come si deve.

L'autore della ricerca, Francisco Javier Ascaso Puyuelo, oftalmologo della clinica universitaria di Saragozza (Spagna), ha analizzato gli occhiali del narratore irlandese e un centinaio di fotografie. A sostegno della sua tesi, inoltre, c'è una ricetta del 1932 con prescrizione di lenti da ipermetrope.

E dunque, potete finalmente togliervi un sassolino dalla scarpa, andare dalla prof e dire: «Alla faccia delle spiegazioni tecniche, cara proffe! Joyce era 'na talpa e la punteggiatura non la vedeva, ergo non la usava! Tiè!»

Certo, lei potrà sempre sostenere che uno scrittore del calibro di Joyce non ha certo bisogno della vista per capire quando e dove inserire una virgola o un punto. E che è proprio strano che a volte la punteggiatura la faccia da padrona (perché la punteggiatura, è innegabile, Joyce la sapeva usare; che poi avesse uno stile tutto suo è un'altra storia), mentre altre volte l'ipermetropia abbia la meglio sull'ortografia.
Ma questi, dopotutto, sono dettagli.

Valentina Simoni

Valentina Simoni

Una laurea in giurisprudenza, ma da grande voglio fare la coccolatrice di akita. Dico cose che non dovrei dire. Scrivo cose che non dovrei scrivere. Leggo cose che non dovrei leggere. Feticista della grammatica italiana e lettrice compulsiva, bookaholic senza speranze, divoratrice di serie tv. Nel tempo libero ascolto musica classica, imparo a suonare chitarra e pianoforte e gioco a riordinare la mia libreria.

4 Commenti
  1. Dunque Valentina, mentre Democrito e Petrarca furono ispirati dalle melanconia, Antonin Artaud, Dino Campana, Raymond Roussel, Louis Wolfson dalla schizofrenia, Lautréamont dalla nostalgia, Tournier e Cléramboult dal feticismo, Nietzsche dalla neurosifilide, Dostoevskij dall’isteroepilessia, ecc., ecc.; Joyce fu ispirato dall’ipermetropia. Mi pare una tesi fantastica. Perché non ci scrive sopra un libro? Si è accorta che Joyce sta tornando di moda nell’Impero e nelle sue provincie (non mi scriva che propende per “province”, sopratutto parlando di Imperi)?.

  2. Come credo si possa dedurre da tono adottato nell’articolo, non sono propriamente d’accordo sul collegamento tra l’ipermetropia e lo stile adottato da Joyce. La ricerca effettuata è molto interessante, soprattutto dal punto di vista scientifico, in relazione alla tendenza che in passato si aveva nel settore medico a confondere ipermetropia e miopia (come spiegato nell’articolo originale linkato).
    Tuttavia, (ed è una mia opinione, naturalmente, nulla di scientifico o di particolarmente elaborato) dal punto di vista letterario non credo che vi sia una particolare connessione tra le difficoltà visive e l’uso della punteggiatura da parte di Joyce, come invece si sono affrettati a dedurre in molti sul web.
    Anche perché pare strano che sia solo la punteggiatura a uscirne sconfitta, mentre il resto rimane intatto e perfetto.

    Se poi, invece, si vuole parlare di “ispirazione” nel senso di “instillare nell’animo un particolare pensiero o una particolare attitudine”, magari il discorso potrebbe essere diverso. Chissà.

    Detto ciò: se la tesi la ispira, potrebbe scriverci lei un bel saggio. Sarei davvero curiosa di leggerlo 🙂

  3. Lasciando perdere la scienza che ho già fatto abbastanza danni all’umanità. Se noi tirassimo per i capelli la questione, perché no? Anche Lucia e Nora (se non ricordo male, anche Nora) hanno avuto problemi di vista (strabismo). Se inventassimo che l’ipermetropia fosse stata una sorta di malattia familiare, magari genetica, il che rende la cosa ancor più inquietante, perché non scriverci sopra una bella fiction (l’unica fonte di verità che personalmente considero)? Ma deve scriverla Lei Valentina. Mi sembra che sappia giocare molto bene tra scienza e linguaggio, grammatica e medicina, ecc. Le fantasie potrebbero andare in qualsiasi direzione. Un altro esempio, una quantità di critici sostengono le affinità tra Joyce e Freud, Freud pensava che la cocaina fosse un ottimo anestetico oftalmico, ecc.
    Ma lo deve fare Lei, ha le doti, ne sono certo.

  4. Errata corrige: la scienza che ha. In questo caso si tratta di miopia e presbiopia congiunte, senza alcuna correzione della seconda sulla prima (forse ne trova altri)