Chi lo fa fare agli scrittori di stare su Twitter?

Altro che anima solitaria, che come Leopardi macina sudate carte al chiuso della sua camera perché non ha amici e la donna amata (o l'uomo amato, a seconda di genere e inclinazioni) non lo considera di striscio.

Oggi lo scrittore è social. Sono sempre di più gli autori che hanno scoperto i vantaggi dell'essere presenti sui social network, senza più delegare l'intera promozione del libro a editori e librai e potendo creare un dialogo con gli autori che vada oltre fiere, reading e quant'altri eventi "nel mondo reale".

Non solo: oggi lo scrittore è twittero. Il social network dei 140 caratteri pare lo strumento più indicato per creare il dialogo di cui sopra, a colpi di tag e follow friday. 

Perché proprio Twitter? Quali sono i vantaggi dell'essere social per un autore già affermato? Capire le ragioni di questa scelta (e invogliare chi non c'è ancora a dare almeno una sbirciata) è lo scopo di un'indagine del New York Times, che ha raccolto a riguardo i pareri di alcuni nomi noti della letteratura.

Primo su tutti Salman Rushdie, all'attivo con oltre mille tweet e che proprio via web ha di recente scaricato la moglie. Ecco cosa ne pensa: "Twitter permette permette di essere giocoso, di avere un'idea di cosa c'è nella mente delle persone in un dato momento".

Non tutti però sono dello stesso avviso. Jeffrey Eugenides ha così scritto sulla pagina Facebook creata per lui dall'editore: "Credo sia meglio per i lettori di non comunicare  in maniera troppo diretta con un autore perché, stranamente, non ha niente a che fare con lui".

Due opinioni divergenti, due modi contrapposti di intendere la figura dello scrittore, il suo essere un essere umano, il suo rapportarsi con i lettori. Quale sia il più giusto è soggettvo.

Come disse Margaret AtwoodOgni scrittore è due persone (almeno). C'è quello che compie l'azione di scrivere e quello che si fa un uovo per colazione. Che tradotto in lingua contemporanea significa: il primo sta su Twitter, il secondo no.

Marta Traverso

Gossip blogger, bonsai all'ombra della Lanterna, vagabonda dei social media

7 Commenti
  1. Il tutto fino ad arrivare agli estremi, con Jonathan Franzen che odia twitter (“Lo odio con tutto me stesso per la cultura dell’ultra brevità tipicamente americana che esprime”) e che, quando il Sole 24 Ore gli ha proposto di partecipare all’iniziativa Cartoline d’Estate della Domenica dl Sole 24 Ore, ha risposto con un bel «Thanks, but I don’t tweet».

    Per quanto riguarda la mia esperienza diretta, dialogare con gli scrittori su Twitter può rivelarsi molto interessante e molto stimolante, soprattutto nel momento in cui non si parla solo di libri, ma anche di altro.
    Tranne quando si viene invasi da pseudo-autori che cercano di propinarti a tutti i costi la loro opera pubblicata a pagamento. A quel punto il blocco è d’obbligo U.U

  2. Credo sia molto interessante l’opinione di Franzen, per quanto estremista possa apparire. In fondo recupera quell’idea di romanzo visto come lungo lavoro di costruzione di vicende e personaggi da raccontare ed esplorare pazientemente, a differenza di quanto fa il poeta che, come diceva uno scrittore, è troppo pigro per fare questo. Ad ogni modo, la mia domanda è: e se fosse quello che si prepara le uova a stare su twitter?

  3. Anche Noam Chomsky si espresse in maniera simile a Franzen e, sebbene io non sia così critico nei confronti del mezzo, lo sono nei confronti dell'80% degli utilizzatori. Si confonde troppo spesso il mezzo con il fine. Mi permetto però un'osservazione: i socialcosi utilizzati a fine promozionale sono la morte dei socialcosi. Twitter ha grossissimi pregi, ma (tra le tante differenze con FB) ha sbagliato a non dividere fin da subito i profili personali dai brand. Non sono molto d'accordo con l'Atwood e credo che lo scrittore sia – al limite – la persona che scrive e si fa l'uovo e la persona che deve fare promozione. Se un giorno Safran Foer (o Foer e basta?) si iscrivesse personalmente a FB o Twitter, io vorrei avere un contatto con la sua vita, non con il suo marketing. Lasciamo che del marketing si occupino le case editrici.

  4. Direi che lo scrittore che si fa le uova (e magari sente anche la necessita di comunicarlo a qualcuno) è decisamente quello che twitta. L’altro scrive, ovvero fa il suo mestiere.
    Comunque anche su twitter bisogna fare dei distinguo: ci sono scrittori ne stanno palesemente là solo per auto-promuoversi, altri perché si divertono o sentono la necessità di comunicare, sia con la gente qualunque che con i propri simili…
    E poi: ma saranno fatti loro?

  5. Chi produce e chi vende devono rimanere distinti e separati? e come gestire al meglio la propria immagine sui social media? Queste sono domande che assillano sia i produttori che gli uomini (e le donne, ovvio) del web marketing. Tuttavia io credo che tutto stia nella qualità della proposta, in tutte e due i casi. Se scrivo un libro e decido di adottare una strategia social, il compito più delicato è quello di capire la ratio di comunicazione. Perchè se per il mio lettore sono un dio senza difetti, non vorrà sapere mi annoio in un dato giorno o che ho cucinato una schifezza. Ma stante l’umanità anche dello scrittore più bravo c’è bisogno di indirizzare al lettore e/o al potenziale lettore un messaggio inerente sia la mia umanità (che vorrebbe significare che mi lascio avvicinare) sia la mia intellettualità. I social network sono degli ottimi mezzi, ma vanno usati con vision e strategia perchè si traducano in efficaci mezzi di marketing, soprattutto se non di vuol lasciar trasparire che lo siano. Ma forse in ciascuno di noi c’è una parte latente che invece tali mezzi lasciano trasparire con facilità? 😀 Forse il più rigoroso e conservatore è colui che non amerebbe mostrare le proprie debolezze?