Chi racconta le onde? La scrittura secondo Fabio Genovesi

Ascoltando Fabio Genovesi parlare si ha come l’impressione di vederlo scrivere: da un semplice incontro con una manciata di blogger potrebbe benissimo trarre una bozza di 800 pagine – magari da rielaborare una seconda volta a mano e altre probabili ventitré in modalità più “umane”, com’è accaduto di fatto per Chi manda le onde. Ma il punto è sempre lo stesso: si viene investiti dal fiume in piena delle sue parole, dallo slancio irrefrenabile verso la narrazione, dal gusto dell’aneddoto che non dà tregua a nonni, babbi, parenti e passanti e dall’impulso alla divagazione che ha ereditato, ci dice, dai vecchi del suo paese, grandi maestri di scrittura – in questo secondi solo a un grande luminare della cultura toscana, il mago Anubi (sic.).

Si presenta così Fabio, colto a sfogliare con ammirazione il libro di Solange (proprio lui). Pochi minuti bastano a immergerlo nella rievocazione dei travagliati quattro anni e 25 stesure (riscritture, sottolinea l’editor Giulia Ichino) che insospettabilmente si nascondono dietro la leggerezza della prosa del suo ultimo romanzo. 
Del resto, «il semplice è l’opposto del facile». 
E proprio seguendo la deriva del suo narrarsi si comprende un po’ più a fondo quell’apparente accozzaglia di personaggi bizzarri intorno alla quale gravitano le 390 pagine di Chi manda le onde: d’un tratto, la bambina albina e l’orfano di Chernobyl cresciuto a pane e Claudio Villa, il vecchio bagnino in pensione in fissa con l’invasione russa e il trio di quarantenni bamboccioni alle prese con una vita di espedienti cessano di apparirci tanto insoliti, le loro peripezie tanto stravaganti, e tutte le domande che aleggiano intorno al sorriso a volte ironico e a volte amaro che accompagna la lettura trovano risposta senza che ci sia bisogno di porle. 

Fabio ripercorre la genesi del tutto casuale – da una trama di partenza completamente differente – di questo romanzo corale e agrodolce («Il modo migliore per scrivere un libro brutto è sapere tutto prima»), le titubanze circa la scelta del titolo (il papabile Luna in fondo al mare scartato per l’assonanza con la nota canzone di Gianni Togni), la coerenza ma anche la difficoltà nel gestire l’espediente stilistico delle tre persone che si alternano nella narrazione, la volontà di dar voce a tante generazioni (in primis quella non sempre compresa dei quarantenni «combattenti ma non più giovani», destinati ad assorbire consigli da un mondo che non esiste più) e di farlo rinunciando alla pretesa illusoria ed egocentrica del punto di vista unico, il desiderio anticonvenzionale di invertire la rotta della tendenza a ritrarre l’esplosione di una famiglia scegliendo invece di narrarne la creazione affettiva a dispetto di quella genealogica, e il divertimento e il tormento nel gestire tutta questa matassa; Fabio, dunque, enuclea sì gli ingredienti fondamentali di Chi manda le onde, ma ci dice molto di più, aprendosi con naturalezza a una vera e propria riflessione sul mestiere di scrivere e sulla natura della letteratura. 

In quasi due ore di dialogo, tra un aneddoto e l’altro, l’attenzione dell’autore torna infatti incessantemente sul tentativo di dare una definizione della narrativa e di ciò che rappresenta: ne emerge l’idea di una grande ispirazione in virtù della quale, contro ogni progettualità sterile, le cose più belle di una storia vengono fuori per errore. Perché la grande letteratura nasce dalla necessità, da una situazione di disagio che diventa aspirazione al cambiamento, dalla volontà di offrire una spiegazione possibile a ciò che non si conosce. 
Interrogato sui complessi meccanismi alla base di un romanzo, Fabio risponde parlando di un mondo di cui Luna e Zot, Sandro e Serena non sono altro che alcune delle molteplici chiavi di accesso, quei rami di un albero che ogni libro è in potenza destinati per caso a dare frutti, senza nulla togliere in dignità a quelli che rimangono sterili sul piano della trama, ma essenziali per l’anima della storia. 

E se l’ambizione ultima di ogni grande scrittore dev’essere quella di scomparire completamente tra le pagine, cedendo la scena ai personaggi, allora il suo lavoro non si discosta poi così tanto dal mestiere ingrato del traduttore, dalla professione di umiltà che dovrebbe far propria a vantaggio del racconto. 

Ci dice tutto questo Fabio Genovesi, e lo fa esattamente così, in un flusso organico e inarrestabile al quale le nostre domande cercano di dare una direzione, rischiando però di risultare tanto superflue quanto, nel libro, gli sforzi di Sandro di scavare un percorso già tracciato dalla vita.
Ma se Chi manda le onde può definirsi proprio come un invito al carpe diem nell’imprevedibilità della realtà, il romanzo della vita che si impone e travolge, impietosa persino nei riguardi dei miti e delle fantasie dei bambini, come si spiega il corto circuito per cui a lettura ultimata – complici forse i paesaggi atemporali della Versilia e i personaggi quasi surreali – si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una favola?

La risposta è tanto semplice quanto immediata: «perché le favole più belle sono quelle vere»
O meglio, sono i racconti assurdi dei vecchi in fila alle poste e gli aneddoti del vicino di posto sul treno le sole favole di cui abbiamo bisogno, perché sono reali e realistiche e rappresentano un bagaglio di possibilità che spesso, in assenza di un pubblico ad accoglierle, ognuno finisce per portare con sé nella tomba. 
Quindi sì, anche Chi manda le onde è una favola, e di quelle a lieto fine per di più: dà gioia pensare che ciò che accade tra le sue righe potrebbe davvero avvenire nella vita di tutti i giorni. 

Parola di chi, da bambino, si addormentava ascoltando il padre raccontare la vita del nonno, e di storie – ma questo l’avrete ormai capito  ne sa davvero qualcosa.

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Oriana Mascali

Abusa come se non ci fosse un domani dell'espressione "come se non ci fosse un domani". Specializzata in letteratura francese per aver scoperto troppo tardi gli americani, ha una sola certezza nella vita: avrebbe voluto essere Francis Scott Fitzgerald, ma non lo è. Peccato. Comunque le sarebbe andata più che bene anche Sylvia Plath.

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