Come si diventa scrittori: leggendo o vivendo?

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Chiaramente non esistono regole prestabilite. Ma ci sono un numero incalcolabile di corsi di scrittura creativa (anche di alto profilo), di manuali, di articoli, di siti web, tutti coi loro (infallibili?) consigli su come imparare il mestiere dello scrittore, o quantomeno migliorare e potenziare quello che si suppone dovrebbe essere un talento, o una vocazione, innata. Che funzionino oppure no credo dipenda da una serie di variabili, impossibile elencarle tutte; al limite è questione di approccio personale, di crederci o meno, scelte individuali e pertanto insindacabili.

Dan Chaon, scrittore e insegnante di scrittura creativa presso l’Oberlin Collage (Ohio) lamenta il fatto che gran parte dei suoi studenti si ancorino alla lettura dei classici, tralasciando completamente i contemporanei e soprattutto le lit-mag sulle quali, pure, vorrebbero vedere pubblicati, un giorno, i loro lavori.

Scrivere è un lavoro, e anche pubblicare è un lavoro. Questo implica sviluppare una certa conoscenza del mondo letterario del quale vorresti essere parte. (…)

E questo mondo, o, se volete, questa comunità, è fatta soprattutto da riviste e antologie letterarie che ospitano tanto scrittori già affermati quanto gli aspiranti tali, e che sarebbe buona norma leggere, di tanto in tanto, meglio ancora abbonarcisi. Chaon nomina Hobart e Avery Anthology, in proposito, strumenti «per scoprire da dove proviene la nuova scrittura».

Di diverso avviso è invece J. Robert Lennon su Salon:

É superfluo ribadire che gli scrittori devono leggere (…). Tuttavia, mi sembra che la strada segnata dal suggerimento di Chaon – immergersi nel mondo della narrativa contemporanea – sia potenzialmente, una ricetta per un tipo di scrittura noiosa, banale, grossolana.

Il fatto è, per Lennon, che la maggior parte della letteratura contemporanea (maggior parte = non tutta: diamo alle eccezioni, ché ce ne sono, il loro giusto merito) è «mannered, conservative and obvious».

È inevitabile che sia così: la narrativa è ridicolmente popolare, troppi scrivono e la maggior parte è destinata a farlo male.

D’altra parte, che male c’è nel leggere prevalentemente «high profile examples»? C’è più narrativa di qualità in giro di quanta non riusciremo mai a leggerne, campassimo pure per cent’anni. Si può certamente imparare da qualunque cosa leggiamo, contemporaneo o non contemporaneo, fuori o dentro il genere che prediligiamo, che sia fiction o non-fiction, manuali per le istruzioni, documenti legali, newsletter. L’importante, invece, è vivere. Ovvero, la comunità con la quale uno scrittore deve relazionarsi col maggiore impegno possibile deve travalicare i confini della letteratura stessa, qualunque forma assuma, che sia il mercato editoriale, le lit-mag, le antologie o quel che è. La comunità con la quale deve interagire costantemente (la vera contemporaneità) è la vita.

La letteratura non si impara ma si vive, è un formazione attiva, continua, l’investimento di se stessi nel rapporto con gli altri, un viaggio intellettuale a 360°.

(…) Dovremmo seguire gli strampalati su twitter, frequentare un sacco di feste, e fare intense e ridicole conversazioni con degli ubriachi. Dovremmo tornare a casa per le vacanze, bisticciare con la famiglia, ascoltare un sacco di musica e guardare un sacco di televisione, perché la televisione è, al momento, il mezzo narrativo artisticamente più importante. Dovremmo origliare e spettegolare. Probabilmente dovremmo andare in terapia. Verosimilmente dovremmo bere più caffè. (…)

Insomma – conclude Lennon – la letteratura è noiosa perché è piena di cliché, e se passiamo tutto il tempo con la testa sui libri rischiamo di non distinguere più la stereotipia dall’originalità, genuinità, peculiarità della vita fuori dai libri. E non è del tutto peregrino pensare che è dalla vita, più che dai libri, che provengono gli stimoli più potenti per una buona scrittura.

E questo significa leggere qualcosa di diverso dalla fiction, e, qualche volta, non leggere affatto.

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

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