Nel weekend mi è capitato di rivedere Zelig, un film di Woody Allen del 1983. Per chi non lo conoscesse, vi riassumo brevemente la trama: il film si propone come un documentario girato negli anni venti-trenta che racconta la storia di Leonard Zelig, vittima di una patologia che lo porta a cambiare personalità (e aspetto) in base al contesto in cui si trova. Proverà a redimerlo la psichiatra Eudora Fletcher, che andrà a caccia delle origini del suo camaleontismo nell’inconscio di Leonard, scoprendo tra l’altro che la prima manifestazione della malattia avvenne durante l’adolescenza, quando Leonard finse di aver letto Moby Dick per non sfigurare davanti a un gruppo di coetanei. (Forse se avesse saputo di essere in ottima compagnia, tutto questo non sarebbe mai successo.)

A questo punto vi starete chiedendo, e quindi? Quindi, casualità vuole che il giorno dopo io sia incappata in questo articolo segnalato dal New York Times; si tratta di un pezzo di William Todd Schultz, Professore di Psicologia all’Università di Portland e autore di Tiny Terror. Why Truman Capote (Almost) Wrote Answered Prayers. Una sorta di psychobiography del famoso scrittore americano che mira a rispondere alla domanda del titolo – ovvero perché Capote decise di scrivere un ultimo, incompiuto, romanzo che lo rovinò socialmente e lo isolò - cercandone le ragioni nella sua storia personale, in particolare nell’infanzia che Capote ha sempre descritto come difficile e solitaria.

La teoria di Schulz, e la premessa fondamentale per capire l’uomo e lo scrittore, è che Capote abbia sempre mentito. O meglio, non abbia ritenuto fosse importante attenersi ai fatti, che sono sempre passati in secondo piano rispetto alla storia. Il passato, il ricordo, per lo scrittore è materia da plasmare per adattarlo allo scopo ultimo: il racconto. L’autore cita come esempio principe quello che per anni è stato raccontato da Capote come il suo primo ricordo d’infanzia, un episodio a cui egli attribuisce l’origine del sentimento di abbandono che l’ha accompagnato per tutta la vita: i genitori lo chiusero a due anni in una stanza d’albergo. Di anno in anno, di occasione in occasione, il ricordo però è cambiato; a volte il bambino era più grande, la location era diversa, la colpevole dell’abbandono era la sola madre. 

Quello che mi ha colpito è la conclusione a cui giunge l’autore di fronte alla domanda: se questo episodio non fosse mai veramente accaduto, avrebbe importanza? La sua risposta è no. È vero, uno "psicobiografo" dovrebbe attenersi ai fatti, come strumento di rivelazione, ma il punto è che il ricordo della vita, la memoria, è essa stessa fiction, per cui il materiale con cui egli si trova a lavorare è un incrocio tra le due cose che Schulz definisce faction. L’episodio può non essere mai avvenuto o essere avvenuto solo in parte, ma è psicologicamente vero. La memoria è sempre inaffidabile, soprattutto in un fictionalizer nato come Capote, che vedeva il suo passato come perfettibile. La bugia è fantasia e quindi materia creativa.

Non voglio certo paragonare Capote a Zelig; le due storie sono molto diverse, in primis perché quest'ultimo è un personaggio di invenzione. Tuttavia, chi cerca di ricostruire la loro storia, la Fletcher nel finto documentario, Schulz nella vera biografia, parte dal presupposto di indagare una realtà e di farlo con i mezzi della psicologia. Ma la finzione scombina le carte in tavola e diventa più importante dei fatti. This is fiction, not fact