E se gli scrittori smettessero di scrivere romanzi e si dedicassero alla sceneggiatura?

È questa, in un certo senso, la provocazione che lancia tra le righe Craig Fehrman, sul New York Times.
Non è una novità che dai romanzi si traggano idee per il cinema, certo.
Il fatto è, però, che ultimamente gli scrittori sembrano più ricercati dalle emittenti televisive che da Hollywood. Ne sono un esempio lampante opere letterarie più o meno di successo e più o meno gradevoli, selezionate dalla Hbo così come da altri canali.
Basti pensare, dicono sul NYT, a Swampilandia! di Karen Russel, ad Art of fielding di Chad Harbach, a Il club dei bugiardi di Mary Karr.

Io aggiungerei anche qualcosa di forse più noto al pubblico italiano, un elenco che non ha la pretesa di essere esaustivo o di individuare le serie migliori, ma vuole essere solo esemplificativo del successo dei più recenti adattamenti: True Blood (sempre della Hbo, tratto dai romanzi di Charlaine Harris), Dexter (basato sul romanzo La mano sinistra di Dio, di Jeff Linsday), Game Of Thrones (da noi Il trono di spade, recentemente andato in onda su Fox e tratto dai romanzi di G.R.R. Martin), The Vampire Diaries (basato sul ciclo di romanzi di Lisa Jane Smith), The Dead Zone (dal romanzo di Stephen King, La zona morta), Friday Night Lights (da Friday Night Lights: A Town, a Team, and a Dream di H.G. "Buzz" Bissinger), Bored to Death (da un racconto di Jonathan Ames) e via dicendo.

E chissà cosa avrebbe pensato Sir Arthur Conan Doyle nel vedere il suo Sherlock sul piccolo schermo, stante lo splendido (seppure molto, molto libero) adattamento della BBC One (tanto per citarne uno, ma potremmo attingere a piene mani dalla produzione della BBC, che da anni predilige l'adattamento di grandi classici, più che altro attraverso miniserie).

Quanto al panorama italiano, come non ricordare Romanzo Criminale (dall’omonima opera di Giancarlo De Cataldo), che ha riscosso un enorme successo tra pubblico e critica.

Il punto è, ci dice Michael London, produttore della Groundswell Films, che «la tv è molto più vicina ai romanzi del cinema». Gli spettatori dell’era “post-Soprano” sono abituati a show complessi, ambigui, densi. Che poi è proprio quello che si trova nella fiction letteraria. Senza contare che gli scrittori «sono bravi sceneggiatori».

Rincara la dose Tom Perrotta, secondo il quale «una serie tv ti permette di esplorare tutto, di concentrarti su qualcosa quando devi approfondire e di espanderti quando vuoi divagare. È un mezzo molto simile al romanzo e ti lascia ampliare la tua storia. Si potrebbe andare avanti all’infinito.»
Per Jonathan Franzen, inoltre, per ricavare un film da un romanzo bisogna sempre tagliare, mentre con una serie tv si possono, al contrario, aggiungere elementi. E poi «ogni puntata, in un certo senso, è come un capitolo: non vedi ancora dove andrai di preciso con il capitolo successivo, e non sai neppure se ti sarà permesso di arrivare fino alla fine».

Il mezzo ideale, insomma.

Tra l’altro, un ragionamento di questo genere non è nuovo in Italia e proprio Franzen trovava spazio, qualche mese fa, in un articolo di Aldo Grasso sulla contaminazione tra letteratura e serialità televisiva considerata, ormai, un processo avviato e irreversibile.

Un bene? Un male? Di certo non è la prima volta che gli scrittori hanno un incontro/scontro con un mezzo nuovo. Ve lo ricordate F. Scott Fitzgerald?
Lui avrebbe desiderato il pieno controllo creativo di un film e, invece, si ritrovò a scrivere un romanzo incompiuto su Hollywood, Gli ultimi fuochi.

Chissà. Magari tra qualche anno qualcuno scriverà un grande romanzo anche sulla tv.

Valentina Simoni

P.s.: chi fosse interessato alla traduzione integrale dell’articolo del New York Times può trovarla sul numero 932 di Internazionale, pagg. 69-70.