Di libri, broccoli, e frattali: quando la scienza esamina i libri

Dice un vecchio adagio che se la scienza ci insegna a clonare i Velociraptor, la letteratura e la filosofia ci spiegano per quale motivo questa non sia praticamente mai una buona idea. Pur diverse nel metodo, scienze pure e materie umanistiche sono discipline che vanno a braccetto, che si muovono parallele verso la stessa direzione. Ma cosa succede allora quando una delle due si mette nei panni dell’altra? Se da una parte letteratura più scienza ci hanno dato Isaac Asimov, Philip K. Dick e William Gibson, quando è la seconda a mettere mano sulla prima i risultati possono rivelarsi altrettanto sorprendenti. O almeno questo viene da pensare nel leggere degli “esperimenti” fatti dall’Istituto di Fisica Nucleare dell’Accademia delle Scienza polacca sulle opere di James Joyce, Julio Cortazar e Marcel Proust.

Stando a uno studio pubblicato pochi giorni fa dall’Istituto di Fisica Nucleare Henryk Niewodniczanski di Cracovia è emerso infatti che ad accomunare trasversalmente molti dei capolavori universalmente riconosciuti della letteratura mondiale sia un certo tipo di architettura narrativa fatta di “multi-frattali” e “dinamiche a cascata”. Sebbene l’accostamento di grafici ed equazioni ai classici della letteratura possa far storcere il naso ai lettori più puristi, l’applicazione di analisi statistiche e modelli matematici complessi ai capisaldi del canone letterario europeo se non altro ci invita a riconsiderare le nostre convinzioni su ciò che rende “classico” un classico.

Dopo aver analizzato un totale di 113 opere letterarie scritte in inglese, francese, tedesco, italiano, spagnolo, russo e polacco, e firmate da personaggi illustri comes Balzac, Conan Doyle, Cortazar, Dickens, Dostoevskij, Dumas, Eco, Elliot, Hugo, Joyce, Mann, Proust e Tolkien, gli scienziati dell’Istituto Niewodniczanski sono giunti alla conclusione che, nel comporre i propri capolavori, questi autori si rifacciano più o meno inconsciamente a strutture narrative condivise e ben complicate. Dal confronto fra lunghezza di capitoli e paragrafi, progressione narrativa ed evoluzione dei personaggi fra le diverse decine di opere prese in esame, emergono infatti dei pattern familiari la cui «complessità matematica è del tutto eccezionale e paragonabile a quella di oggetti matematici complessi come per esempio i multifrattali».

Frattali, per intenderci, sono i broccoli romaneschi. Un frattale è un oggetto geometrico che si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse: ingrandendo dunque una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all’originale, poiché la struttura basilare dell’oggetto in sé si ripete uguale in ogni scala, come appunto in ciascuna delle rosette che formano un broccolo. Detto questo, cosa significa allora che dire ad esempio che l’Ulisse di Joyce, la Ricerca di Proust e I fratelli Karamazov di Dostoevskij condividono la stessa struttura a frattale? Ciò è (relativamente) presto detto: Il “comportamento matematico” dei frattali è utile infatti a comprendere l’evoluzione di sistemi complessi come per esempio quello dell’economia, del clima, della società, etc. Se consideriamo allora il linguaggio umano come il prodotto principale un sistema complesso come il sistema evolutivo, è ragionevole supporre che anche il linguaggio risponda a leggi analoghe. Portando tale ragionamento un passo poco più in là e nel reame della letteratura, ha senso allora aspettarsi di ritrovare queste strutture e dinamiche di carattere frattale anche nei capolavori della letteratura mondiali, che sono in fin dei conti i prodotti più raffinati del nostro linguaggio.

«Tutti le opere che abbiamo esaminato», racconta il professor Pawel Oswiecimka, «rivelano una similarità interna per quanto riguarda la lunghezza delle frasi. In alcune opere questa similarità/coerenza è evidente, mentre in altre tale struttura è meno chiara. La correlazione [nella struttura delle frasi] rimane in ogni caso evidente, e ciò rende queste opere delle costruzioni frattali». Sebbene, a differenza della matematica, nei libri sia impossibile scovare frattali che si ripetono all’infinito (poiché le parole e le lettere a un certo punto finiscono), tali costruzioni geometrico-letterarie caratterizzano opere fra le più disparate, tagliando di traverso fra lingue, epoche letterarie e generi, da Shakespeare a Dave Eggers.

In questa prospettiva non stupisce ritrovare fra gli esempi più rilevanti dello studio polacco opere che brillano spesso per la loro mole e complessità: fatta eccezione per L’opera struggente di un formidabile genio di Eggers, che personalmente mi rifiuto di mettere in lista insieme agli altri autori qui presenti, a saltare all’occhio sono per esempio opere come 2666 di Roberto Bolano, Le onde di Virginia Woolf, Rayuela di Julio Cortazar e, ovviamente, il Finnegan’s Wake di James Joyce. (Stupisce paradossalmente leggere che invece fra tutte le opere analizzate nello studio, la colossale Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust sia l’opera che meno condivide le architetture matematiche complesse degli altri classici.)

Penso che da qui al congegnare formule matematiche fisse per stabilire inequivocabilmente cosa debbano non debba considersi classico ne passi ancora molto, ma non c’è dubbio che sia affascinante immaginare come dietro alla bellezza emotiva, intima, personale e condivisa di un libro possano nascondersi costruzioni raffinate di numeri e forme. In fin dei conti, applicata alla libri, la scienza sembra rendere la lettura qualcosa di ancor più misterioso e affascinante.

Lorenzo Andolfatto

Sono lettore, traduttore, interprete e studiante. Mi occupo di cose cinesi nelle ore di lavoro, e di cose letterarie perlopiù americane nel tempo libero. Non sono ancora diventato musica da ascensore.

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