Editori a pagamento su Twitter: tutti a caccia di hashtag

Chi è più o meno attivo su Twitter ed è più o meno interessato alla materia libri/ebook/editoria si è accorto di quanto sia facile prendere un hashtag e renderlo popolare, stimolando il dibattito intorno ai temi più svariati: l'anniversario di nascita o morte di un autore, il nuovo testo pubblicato da una casa editrice, il live tweet di eventi sul tema, opinioni a random.

Tutto questo che a riprova del fatto che i lettori forti ci sono, e ci sono anche i twitteri forti, e che queste due cose messe insieme creano tanto movimento. Un movimento che magari non è sempre pertinente, e che nella dispersione dei tweet può rischiare di perdere la bussola, ma che spesso porta alla luce discussioni interessanti.

Un esempio è quella di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa su Finzioni: l'hashtag #cenap, che mira al libero censimento delle case editrici che non chiedono contributo. Un'operazione lanciata dal sito librisulibri.it e che riprende un'idea portata avanti da qualche anno su un altro sito, Writer's dream. Così ci racconta la sua fondatrice Linda Rando, che ha lanciato pochi giorni dopo l'hashtag #noeap:

Siamo nati nel 2008, ed è da allora che ci occupiamo di raccogliere informazioni e testimonianze sulle case editrici italiane; siamo stati noi a lanciare la campagna contro l'editoria a pagamento, ripresa poi dall'editore Zero91 con il logo NO EAP che gira sul web (…) In un censimento come #cenap non ci sono approfondimenti, non c'è una raccolta di testimonianze, ci sono solo 140 caratteri da parte di autori ed editori che affermano che questo o quell'altro editore è non a pagamento. Ma come si fa a sapere se è vero? Non ci sono contratti, non ci sono più testimonianze accurate:  come si fa a riassumere in 140 caratteri un'esperienza con una casa editrice?

Dunque la domanda è lecita: due progetti identici dove ciascuno coltiva il proprio orticello senza interloquire con l'altro, o due progetti distinti per natura e scopi pur trattando uno stesso tema? 

Una risposta arriva da Camilla Cannarsa, fondatrice di librisulibri.it:

Sono abbastanza convinta dei diversi scopi dei due hashtag: #noeap mi sembra una presa di posizione. "No editoria a pagamento" lo dice qualcuno che è contro l'editoria a pagamento.

Con #cenap l'intento era ben diverso. Personalmente non sono affatto contro gli editori a pagamento, credo solo che chi pubblica a pagamento dovrebbe rendersi più trasparente e descrivere i propri servizi. Diciamo che più che chiamarsi editori potrebbero trovare un altro nome (stampatori?) e dichiarare apertamente quali servizi offrono e non offrono (se mi paghi tot.ti pubblico tot. copie, se mi paghi tot ti pubblico tot copie e ti promuovo eccetera). #cenap è soltantro una lista (consultabile ed embeddabile da tutti) che elenca le case editrici non a pagamento, e cioè che svolgono la normale attività di editori (selezione, cura, editing e promozione delle opere). A me se un'opera piace, piace anche se è stata pubblicata a pagamento.

Pertanto, #cenap o #noeap che sia, chiunque voglia segnalare la più o meno corretta attività di un editore è libero di farlo nel modo che più preferisce. Più le informazioni giuste girano, meglio è per tutti.

Marta Traverso

Gossip blogger, bonsai all'ombra della Lanterna, vagabonda dei social media

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