Festeggiare il compleanno di Italo Svevo

(photocredit: daringtodo)

 

Quando si parla di grandi scrittori si dicono spesso grandi banalità. Banale è lo stesso aggettivo "grande", con cui si tenta di manovrare alla meno peggio l'enormità di certi contributi letterari. Il caso di Italo Svevo è in questo senso emblematico, sia perché non ci si può riferire a lui senza definirlo un grande scrittore, sia perché la sua opera risulta spesso e volentieri difficilmente manovrabile, finendo per essere amata o odiata per ragioni, appunto, banali. Oggi, giorno in cui ricorre l'anniversario della nascita di questo eccezionale autore italiano, vorrei provare a ricordarlo rendendo giustizia al suo lavoro. 

Come molti altri, anche io ho incontrato per la prima volta Svevo al liceo. Precisamente nella seconda metà dell'ultimo anno, in quella scoppiettante fase dove giorno dopo giorno, ora dopo ora, un disco rotto ripete il minaccioso ritornello: la maturità, la maturità, non si fa in tempo, non si fa in tempo, finire il programma, finire il programma. Capita, perciò, che Italo Svevo finisca, in buona compagnia, nel minestrone degli autori studiati sull'onda di questa fretta, disprezzati o apprezzati sulla base di una spiegazione, forse due. Italo Svevo non si chiamava Italo Svevo, ma Aron Hector Schmitz, era triestino ma formalmente non era italiano, perché Trieste fino al 1920 fece parte dell'impero austro-ungarico. Le insipide sintesi liceali lo tramutano nello «scrittore dell'inetto» e a diciotto anni gli inetti non piacciono a nessuno, perché gli inetti sono sfigati e chi scrive degli inetti è altrettanto sfigato. Poi La coscienza di Zeno è troppo incasinato, con quella storia del Dottor S. e della psicoanalisi, in più Svevo scrive strano, perciò meglio non entrarci troppo in confidenza, tanto allo scritto di italiano faccio il saggio breve. 

Il retaggio liceale è il più delle volte letale per la lettura di questo autore, che in vita dovette vedersela con un'accoglienza (o una non-accoglienza) non molto diversa da quella che gli viene riservata nelle aule. I suoi primi due romanzi, Una vita (1892) e Senilità (1898) fu costretto a pubblicarli con Vram, che oggi figurerebbe nelle liste degli editori a pagamento, e non vennero filati granché. Dato che aveva già un lavoro vero come impiegato di banca e dato che a trentasette anni poteva già considerarsi uno scrittore fallito, mise da parte i sogni di gloria e tornò a essere semplicemente Ettore Schmitz, proseguendo una vita tranquilla e approdando nell'azienda del suocero, che produceva vernici sottomarine (una formula segreta della ditta Veneziani che non permetteva ad alghe e molluschi di attaccarsi sul fondo delle navi). Proprio per lavoro, però, dovette migliorare un po' il suo inglese, così prese qualche lezione da un insegnante irlandese che si trovava a Trieste, tale James Joyce. I due, tra un the cat is on the table e l'altro finirono immancabilmente a parlare di libri, confrontandosi e apprezzandosi a vicenda. Nonostante le copie invendute dei suoi due romanzi stessero ancora prendendo muffa in cantina, Ettore aveva continuato a scrivere, con la cauta disillusione di chi non vuole tornare a scottarsi. Nel 1923, così, pubblicò La coscienza di Zeno, sollecitato dall'amico ma pronto a ritornare nei panni grigi dell'anonimato, come il destino sembrava promettergli, visto che anche stavolta la critica non provava alcun interesse per questo sconosciuto che se ne stava lassù a Trieste lontano da tutto e da tutti e si muoveva all'interno della lingua italiana con la comodità di chi indossa un vestito ancora irrigidito dalla stiratura. 

Ciononostante Joyce non perse le speranze, perché in Italia gli intellettualoni non capivano niente, mentre in Francia le cose andavano diversamente. Così suggerì all'amico gli indirizzi di Larbaud e Crémieux, che dopo la lettura della Coscienza rimasero letteralmente fulminati, come fulminato fu un giovanissimo Eugenio Montale, che sempre su suggerimento di Joyce (e grazie a Bobi Bazlen che gli procurò Una vitaSenilità) riconobbe per primo in Italia il talento di questo sessantenne appartato, che si ritrovò a vivere gli ultimi anni della sua vita nella gioia inebriante di un successo tanto agognato quanto meritato. Il lieto fine, tuttavia, era destinato a tramutarsi in un epilogo brusco e beffardo: in seguito a un banale incidente stradale, Svevo perse la vita nel 1928, interrompendo anzitempo una vicenda eccezionale e assurda, di cui restano però non pochi lasciti. Primo fra tutti, un prezioso insegnamento, di quelli che oggi vengono cercati con agitata bramosia dagli scrittori esordienti e proposti in forme più o meno utili da apposite e furbe pubblicazioni: il talento, quando c'è, è destinato a essere riconosciuto. Dovessero passare anche venti o trent'anni per godersi la tanto attesa ricompensa. Poi il secondo, che è un po' il prolungamento del primo: c'è un età giusta per scrivere e per leggere alcuni libri, mentre non è mai il momento giusto per chiuderli e dimenticarli definitivamente. Quindi, se per caso vi è venuta voglia di ritentare con Svevo e volete festeggiare con lui il suo compleanno, riprendete la vecchia copia di Senilità o della Coscienza di Zeno che qualche anno fa avete sostituito con un riassunto scaricato da internet: posso assicurarvi che non ve ne pentirete. E se non vi fidate di me, almeno fidatevi di Joyce. 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

3 Commenti
  1. Che bel pezzo. E senza vergogna di sentirmi banale dichiaro pubblicamente Svevo nella mia personale classifica: per fortuna sono sfuggita all’obbligo liceale della lettura frettolosa e proprio così (dalla malinconia di “Senilità”) e proprio da allora l’ho amato.

  2. Nessuna vergogna e nessuna banalità. Se “La coscienza di Zeno” è un capolavoro strepitoso e spiazzante, “Senilità” è una storia a ogni lettura diventa sempre più bella.