Tutto quello che (forse) avreste voluto sapere sugli scrittori inglesi

C’è chi confessa che pur di non trascorrere una mezz’ora senza libro in mano si accontentava di leggere le informazioni nutrizionali stampate sulle scatole di cereali o sulle bottiglie di salsa al pomodoro, chi ha fatto da cavia per gli esperimenti letterari del fratello e chi ha sviluppato irreversibilmente una precoce dipendenza dalla lettura.

The pleasure of reading, dopo una prima edizione pubblicata nel 1992, è nuovamente pronto a svelare i retroscena dell’infanzia di quaranta scrittori inglesi: la Bloomsbury ha affidato loro il compito di raccontare le circostanze in cui la loro libromania ha cominciato a manifestarsi senza rimedio.

E sia chiaro fin dall’inizio: se qualcuno ha mai pensato che gli scrittori potessero essere “gente a posto” è ancora in tempo per ricredersi.

Un po’ malaticci come ballerine tisiche dell’Ottocento e un po’ eroi solitari di Friedrich in miniatura, molti di loro confermano lo stereotipo dello scrittore-sfigato. Gli orecchioni ad esempio costrinsero a letto per tre settimane Sue Townsend, pubblicata in Italia da Sperling & Kupfer, che così decise di impiegare il suo tempo per decifrare gli «scarabocchi neri» nelle pagine dei libri che ben presto divennero parole di senso compiuto, e la grave forma d’asma di Dame Antonia Susan Duffy (alias AS Byatt; casa editrice Nottetempo) la recluse a letto o, nei rari momenti in cui questa le dava pace, in casa. Altrettanto Carol Ann Duffy (Le lettere) passò la sua infanzia chiusa nella sua camera a leggere ignorando sia le bambole che le preoccupate raccomandazioni materne che l’avrebbero voluta fuori in giardino a prendersi almeno una boccata d’aria.

Insomma: che passino per disadattati non c’è ombra di dubbio, ma proprio gli spazi e le poliedriche prospettive della letteratura hanno potuto moltiplicare gli orizzonti asfittici degli ambienti casalinghi in cui erano relegati. La Byatt, non a caso, spiega che «le fiabe, i miti e le leggende» le hanno permesso di scoprire «un altro mondo, oltre a quello conosciuto a casa durante l’infanzia, un mondo interiore e il suo corrispettivo esterno più vasto con tutte le sue implicazioni: il buono e il cattivo, il terrore e la bellezza».

Soprattutto le fiabe, oltre ad Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, sono annoverate tra le letture fondamentali di Margaret Atwood, Doris Lessing e James Graham Ballard (pubblicati in Italia rispettivamente da Ponte alle Grazie, Feltrinelli e Fanucci). E non intendono certo le versioni edulcorate dalla moda degli anni Quaranta, inaugurata dal capofila Walt Disney, che gradualmente occultò ogni riferimento macabro o grottesco (la Atwood descrive i suoi genitori preoccupati per tutti quei «barili pieni di unghie e corpi straziati») e che – proprio per questa sorta di censura – vennero rese innocue tanto quanto poco formative, come direbbe Roberto Denti.

Ma questa, in fin dei conti, è un’altra storia.

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