Il calcio favorisce i nazionalismi, diceva Borges

Se volete, potete cominciare sin da adesso a storcere il naso. Perché quella che sta per digitare la parola “calcio”, ebbene sì, è una donna. Quindi, tirate fuori tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente e facciamola finita, tanto non me ne importa, non so ne capisco nulla e non ci tengo a approfondire l’argomento nemmeno con i mondiali di calcio in corso. Ho scoperto, tra l’altro, di avere illustri colleghi nel mio disappunto per quei 22 uomini e una palla, uno di questi fu l’argentino, padre spirituale e santo patrono di questo blog, Jorge Luis Borges.

Secondo Borges «Il calcio è popolare perché la stupidità è popolare». Questa frase potrebbe sembrare alquanto generalista e troppo elementare per un autore di tale portata, ma adesso, grazie a quest'articolo di BrainPickings, capiremo meglio ciò che si cela dietro a quest’affermazione.

Borges ce l’aveva più che altro con la cultura del tifoso, alla sua fede cieca molto simile al sostegno popolare che appoggiò i leader dei movimenti politici più raccapriccianti del Ventesimo Secolo. Una volta scrisse: «C'è un'idea di supremazia, di potere, [nel calcio] che appare orribile ai miei occhi».

Per Borges, infatti, il gioco del calcio è inestricabilmente legato al nazionalismo: «Ogni nazionalismo è fatto solo di affermazioni, ed ogni dottrina che scarta dubbio, negazione, è una forma di fanatismo e stupidità». Le squadre nazionali, per Borges, non fanno altro che generare fervore nazionalistico, dando la possibilità ai governi senza scrupoli di usare un grande campione come un simbolo per legittimare sé stesso. In realtà, questo è esattamente quello che è successo a uno dei più grandi giocatori di sempre: Pelé. Scrive Dave Zirin nel suo nuovo libro, Brazil’s Dance with the Devil:

Anche se il Brasile reclutò dissidenti politici, fece realizzare anche un poster gigante di Pelé che tirava di testa la palla verso l'obiettivo, accompagnato dallo slogan Ninguém mais segura este país: Nessuno può fermare questo paese ora

I governi, come la dittatura militare brasiliana che Pelé ha rappresentato, possono usufruire del legame che i fans condividono con le rispettive nazionali per raccogliere sostegno popolare, e questo è ciò che ha allontanato Borges da questo sport.

A metà circa di un suo racconto breve dal titolo latino Esse est percipi, Borges spiega inoltre che il calcio in Argentina ha cessato di essere uno sport per entrare nel mondo dello spettacolo. In questo universo immaginario, la rappresentazione dello sport ha sostituito lo sport vero e proprio: «Non esistono questi sport fuori dagli studi telvisivi o dalle redazioni dei giornali» fa dire nel racconto al presidente di un club di calcio. Il calcio ispira un fanatismo così profondo che i tifosi seguiranno giochi inesistenti in tv e alla radio, senza mettere nemmeno in discussione la possibilità di imbrogli.

L'ultima volta che una partita di calcio è stata giocata a Buenos Aires era il 24 giugno 1937. Da quel momento esatto, il calcio, insieme agli altri sport, appartiene al genere del dramma, eseguita da un solo uomo in una cabina o da attori che indossano maglie davanti alle telecamere della TV

In Esse est percipi, Borges accusa i mass media d’aver contribuito a creare una cultura di massa che venera il calcio, e, di conseguenza, si lascia incantare alla demagogia ed è manipolabile.

Secondo Borges, gli esseri umani sentono il bisogno di appartenere ad un piano universale, qualcosa di più grande di loro. Per alcuni la religione ovvia a questo bisogno, per gli altri c’è il calcio. I protagonisti del corpus borgesiano, tra l’altro, sono spesso alle prese con questo bisogno, sposando ideologie o movimenti dagli effetti disastrosi. Il narratore del racconto Deutsches Requiem diventa un nazista, mentre ne La Lotteria di Babilonia e Il Congresso, piccole e apparentemente innocue organizzazioni si trasformano rapidamente in vaste burocrazie totalitarie che elargiscono punizioni corporali o bruciano i libri. Abbiamo così voglia di essere parte di qualcosa di più grande, che non vediamo i difetti che si sviluppano in questi grandi progetti.

E tuttavia, come il narratore de Il Congresso ci ricorda:

Quello che conta è aver sentito che il nostro piano, che più di una volta abbiamo creduto un gioco, sia davvero e segretamente esistito ed era il mondo e noi stessi

Questa frase descrive con precisione come milioni di persone sulla terra si sentono in merito al calcio.

Che poi, questo calcio, non è quella cosa che fa tanto bene alle ossa? Non a quelle dei giocatori… s’intende.

Laura Caponetti

intervisto personaggi che non esistono, guardo serie tv in tutte le lingue pur conoscendone solo due, sana di mente? forse!

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