Il diritto dell’autore a non essere pubblicato

In un episodio della serie Downton Abbey, ad un certo punto Lord Grantham pronuncia, rivolto al proprio maggiordomo Carson, del quale ha appena appreso un insospettabile passato nell’avanspettacolo, le seguenti parole:

«Mio caro amico, ognuno di noi ha capitoli che preferisce non vengano pubblicati.

Verità universale. Diciamo cose, commettiamo azioni di cui anche se non ci vergogniamo né pentiamo,  preferiremmo lo stesso passassero in sordina, fossero messe da parte, fatte scivolare in fondo alla memoria nostra e collettiva. Ma non sempre siamo accontentati. Non lo sono nemmeno gli scrittori, se questo serve a consolarci, soprattutto se sono grandi ed affermati.

Il mestiere dello scrittore, l’abbiamo già detto altre volte, è un mestiere difficile, un mestiere in cui dietro ogni successo si nascondono fatica, frustrazione, dubbi, incertezze, errori, tentativi falliti («la migliore delle mie pagine è il risultato di una decina di penosi rifacimenti» diceva Fenoglio). Ma può trattarsi, molto più semplicemente, di abbozzi, sperimentazioni che si preferisce abbandonare, allo stadio larvale o anche completamente sviluppato. È il cosiddetto libero arbitrio, che consente allo scrittore in vita di decidere e di selezionare ciò che vuole sia pubblicato e ciò che invece preferisce resti privato. Perché è superfluo ricordare che ogni scrittore scrive più di quanto poi dia effettivamente alle stampe.

Ma che succede dopo la sua morte? È giusto violare la volontà originale e pubblicare tutto, anche quelle opere che si era preferito tenere fuori portata del pubblico?

A porre il problema è Guillermo Schavezelzon dalle colonne dell’argentina revistaenie.clarin.com, riflettendo sulla recente pubblicazione di due poemi inediti del poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano Mario Benedetti, poemi compresi nella biblioteca madrilena dell’autore e che egli aveva donato all’Università di Alicante, dove si trova un Centro di Studi sulla sua opera. Ebbene, l’incaricata della catalogazione dei testi, dopo aver scoperto i due inediti, ha deciso di inviarli direttamente al quotidiano El Paìs, che li ha, ça va sans dire, pubblicati seduta stante.

La vicenda è spinosa e lascia scoperte una molteplicità di controversie: da quelle di natura etica (il mancato rispetto delle intenzioni dell’autore, come già accennato, a cui si aggiunge – nel caso specifico di Benedetti – anche la mancata consultazione degli eredi legittimi) a quelle di natura più propriamente materiale (una forma di lucro, magari non immediatamente finanziaria ma che sfrutta pur sempre – cosa non meno importante – la figura e la fama dello scrittore).

Si porrebbe poi un’ulteriore problematica: quella per così dire filologica: se per Schavezelzon, l’accessibilità ai testi non pubblicati è consentita, anzi auspicabile, agli studiosi, ai ricercatori, per meglio delineare la parabola artistica dell’autore, penetrandone più a fondo la personalità e sensibilità, che ne è, invece, del lettore medio, che di fronte a un’opera incompiuta, scartata, magari persino avulsa dal contesto letterario a cui quel determinato scrittore l’aveva sin lì abituato, potrebbe sentirsi quantomeno disorientato?

E proprio perché l’argomento è scabroso, alle difficoltà sin qui elencate, se ne possono aggiungere ancora delle altre. Il problema della effettiva autorialità, per esempio: la forma in cui queste opere vengono presentate al pubblico è davvero quella immaginata dall’autore? Fino a che punto curatori ed editori sono intervenuti per manipolare la materia, anche solo per renderla più agevole per la comprensione del lettore? Inoltre, dove finisce l’effettivo, per certi versi finanche apprezzabile, desiderio di divulgare per far conoscere e dove inizia, invece, la logica del commercio, del guadagno, dell’editoria come industria il cui scopo è il profitto?

A voi lettori l’ardua sentenza…

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

4 Commenti
  1. Penso che vada di pari passo con i diritti d’autore. Ora, al di là di quelli di sfruttamento economico, ci sono diritti “morali” – scusa, ma non ricordo come sono definiti. Quelli che mal che vada restano agli eredi dopo la morte. Ecco, penso che questi vadano di pari passo con il diritto dell’autore di non essere pubblicato. Del resto, tutti i casi che mi vengono in mente si sono risolti positivamente. Lovecraft, fin troppo severo con le sue opere. Virgilio. Molti sono i capolavori pubblicati postumi. Aveva diritto Virgilio a sottrarre l’Eneide all’umanità? I diritti d’autore risalgono “fortunatamente” al 1700 o giù di lì.

    Il problema è che questo lo posso sostenere adesso, dopo molto tempo. Difficile è prendersi la responsabilità – di chi, poi, se non quella di un altro, di chi ha scritto quelle parole? – subito dopo la morte.

  2. Ma la catalogatrice si è permessa di inviare gli inediti direttamente a El Pais da sola, cioè senza consultare nessuno ?

  3. @Salomon Xeno, credo ti riferisca ai diritti di proprietà intellettuale. Concordo, se Rufo non avesse disobbedito a Virgilio non avremmo avuto l’Eneide a detrimento nostro e della letteratura in generale. E, come sottolinei giustamente, all’epoca il diritto d’autore non esisteva. La questione è proprio quella della responsabilità. Inoltre la stessa fruizione delle opere, ai tempi di Virgilio, era diversa rispetto all’attuale, molto più ristretta, non c’era sfruttamento economico, e tuttavia il problema delle interpolazioni laddove la morte dell’autore non aveva reso possibile terminare il testo secondo i suoi desideri, benchè in minima parte, resta.
    @Silvia, sì la catalogatrice, a quanto pare, non ha consultato nemmeno gli eredi legittimi.

  4. Esatto! E comunque c’é differenza tra un testo non pubblicato perché l’autore é morto prima di poterlo fare e quindi rimane incompiuta come Il Re Pallido di Wallace e le poesie di Benedetti che mi pare di capire fossero invece state scritte e semplicemente deciso di non pubblicare per ragioni che non possiamo conoscere, tanto é vero che erano state conservate in un archivio poi donato ad un centro studi. Non condivido questa pratica indiscriminata di pubblicare tutto di uno scrittore deceduto, mi sembra miri piú al guadagno da parte di eventuali eredi ed editori che ad una legittima volontà di divulgazione a fini conoscitivi o di studio, che sarebbe piú accettabile.