Il racconto è il genere del ventunesimo secolo

(photocredit: chicagonow)

 

Chi ha a che fare con i libri per professione, o anche in qualità di semplice e umile lettore, sa bene che esistono delle leggi non scritte. Una, ad esempio, è che un fantasy con un'elfa seminuda in copertina può vendere qualcosa anche se non l'ha scritto Tolkien. Un'altra, quella più ingiusta, è che le raccolte di racconti non le legge nessuno. Certo, vanno meglio delle poesie, ma se si propone a un editore un libro di racconti il rischio di trovarsi davanti un'espressione imbarazzata (con tanto di buffetto paterno) è molto alto. Ebbene, oggi qui si sfata il tabù e si dimostra che il racconto è il genere su cui puntare. 

Premessa d'obbligo: scrivere un buon racconto non è affatto facile. Sarà che in Italia non abbiamo una tradizione altisonante per quanto riguarda la short story (il fatto che si utilizzi un termine inglese la dice lunga). Carver e Hemingway, d'accordo. Il racconto del novecento si è fatto le ossa altrove, ma di autori italiani bravi a scrivere racconti ce ne sono stati e ce ne sono parecchi. Senza stare a sciorinare nomi e titoli per fare lo splendido, mi basta citare Paolo Cognetti, ma i nomi peninsulari non mancano, specie ora che il racconto è tornato di moda. Già. Come scrivono sul Telegraph, questo genere sta vedendo nel ventunesimo secolo una vera e propria rinascita, in barba ai tradizionali pregiudizi. I racconti non si vendono, ci sentiamo ripetere da tanto tempo a mo' di scusa dagli addetti ai lavori. Se voi li mettete sotto il naso dei lettori, viene da rispondere, quelli buoni si vendono eccome. 

Suvvia, è tutta una questione di accodarsi alla tendenza. Il racconto è tornato a vendere per vari fattori. Il Nobel ad Alice Munro è allo stesso tempo causa e sintomo del rinnovato interesse. E poi il Folio Prize a George Saunders, il Man Booker International Prize a Lydia Davis. Se però guardiamo la lista dei vincitori del Premio Strega, troviamo I racconti di Moravia premiati nel 1952, Cinque storie ferraresi di Bassani nel 1956, I sessanta racconti di Buzzati nel 1958. Per vincere lo Strega, insomma, generalmente serve un romanzo, o almeno così dicono i numeri, ma non è impossibile scrivere un libro di racconti e beccarsi più voti sulla lavagnetta. Ad Ammaniti un editore rifiutò Fango con la giustificazione, divenuta poi titolo della raccolta pubblicata nel 2012, «il momento è delicato». Oggi come oggi si potrebbe dire che il momento è giusto.

Secondo The Bookseller, nel Regno Unito le vendite del genere sono aumentate del 35%, lo scorso anno. Ma, scrivono sul Telegraph, è la tecnologia che ha cementato il successo del racconto in questo secolo. Rappresenterebbe la soluzione perfetta e più adatta ai nostri tempi, alla frenesia quotidiana, alla rapidità ispirata dai dispositivi mobili. Più veloci, più connessi. Su un piede solo nel vagone strapieno della metropolitana, ma con gli occhi fissi sull'ereader o sul tascabile, ché ho tre fermate giuste giuste per leggermi un racconto. Di solito è proprio la sua caratteristica principale, la brevità, a segnare (secondo alcuni) lo svantaggio rispetto al romanzo. Il romanzo ti prende, mentre il racconto finisce subito, troppo in fretta. Ebbene, i tempi che cambiano modificano anche le prospettive e gli svantaggi diventano vantaggi. C'è chi non ha tempo per perdersi in un meraviglioso mattone e vuole emozioni subito, rapide, a portata di mano. È la fine del romanzo? Ma per favore. Casomai è la giusta rivalutazione del racconto, non più gregario. E gli stessi autori cominciano a percepirlo. Scrivere e farsi pubblicare una raccolta può essere una conquista a livello personale, in più si ha l'impressione (proprio perché non si vendono) che i racconti nascano da un bisogno tutto letterario.

L''adesione al formato breve può rappresentare, dunque, una garanzia di qualità. L'obiettivo qui non è fare campagne, guerre sante o battaglie di principio. Non si deve proporre l'una o l'altra fazione, non è meglio il racconto del romanzo, non è più bravo l'autore di racconti rispetto al romanziere, non è più fico il lettore di racconti rispetto al lettore di romanzi. Basta solo capire che alcune delle realtà di fatto, così come ci vengono proposte, si basano solo su numeri, e i numeri rappresentano una tendenza ma contemporaneamente la confermano, la perpetuano, instaurando il pregiudizio. Se vi dicono che il racconto non vende, voi non badategli. Scrivetene e leggetene. Il resto sono chiacchiere.

 

Andrea Camillo

Si è laureato in Italianistica per correggere i congiuntivi ad amici e parenti, ma sta ancora aspettando un cesto di Natale dalla Crusca. Nel frattempo scrive storie e finge di non annoiarsi troppo,

5 Commenti