Intervista a Virginia Baily

Ho intervistato Virginia Baily, l’autrice di Una mattina di ottobre, uscito il 14 gennaio con Casa Editrice Nord, che in questi giorni è a Milano per il tour promozionale. 

Baily_Una mattina di ottobreIl romanzo poggia su uno dei peggiori fatti di cronaca romana, il rastrellamento del ghetto ebraico del 16 ottobre 1943 e parte dalla storia di Chiara Ravello che, assecondando l’istinto e un gioco di sguardi con una donna già seduta su un convoglio nazista, le sottrae il figlio, Daniele Levi, fingendosene zia per salvarlo. Inizia così una danza nel tempo e nello spazio: dalla guerra agli anni Settanta, da Roma a Cardiff, passando per la resistenza nelle campagne laziali,  tra quotidianità e coraggio, lutti e affetti. 

Con l’autrice per prima cosa abbiamo parlato dell’Italia. Non mi sono potuta esimere dal chiederle che cosa ami del nostro paese tanto da renderlo in modo pittorico, anche nei dettagli, persino nelle sfumature che credevi sfuggissero a un non nativo. È emersa una doppia corrente d’elezione che unisce Virginia a Roma: una zia che ha vissuto nel ghetto e ora è a Ostia e continua a venerare l’Italia e un amore tutto colto, che affonda le radici nel cinema neorealista e in Elsa Morante, Moravia, ne Il giardino dei Finzi-Contini, solo per citare alcune fonti. Influenze profonde che si assaporano senza invadenza nelle pagine del libro, l’eco di Morante in particolare.

Ambientare i racconti in un paese straniero, con una guerra di sfondo, pare essere una costante di Baily. Anche nella sua prima prova – African junction – la storia di un’amicizia si svolge in Liberia durante gli anni delle cruenti guerre civili. Abbiamo dunque riflettuto insieme sul come mettere le distanze tra sé e il teatro delle azioni aiuti il processo creativo e su come sia possible che la guerra in grande funga in realtà da amplificatore della miriade di guerre individuali combattute interiormente dai suoi personaggi. Virginia ha candidamente ammesso però – e come darle torto – di non riflettere troppo su queste strutture esterne, prediligendo la vena creativa che, in un certo senso, le impone precise dinamiche per fluire libera, potente, coraggiosa.

A proposito di coraggio, mi sono complimentata per avere reso un tema difficile, quello della perdita e dell’abbandono, cruciale senza per questo dare vita a un romanzo cupo. Già dal devastante primo capitolo – un inizio che così d’impatto ce ne sono pochi – è subito evidente come Chiara sia una sopravvissuta in tal senso. Come è nata la voglia di parlare di argomenti che la maggior parte delle persone accantona di default? Virginia di fatto mi ha raccontato di essersi sorpresa essa stessa nel rendersi veicolo di un umano sentire tanto scardinante. Anzi,mi ha confessato di avere steso quell’esemplare primo capitolo e poi averlo dovuto abbandonare perché infilarsi in  simili panni era stato troppo intenso.

La storia di Chiara conquista immediatamente, reazione confermata dal successo internazionale arrivato grazie al passaparola prima dei lettori e poi dei librai indipendenti. Per l’autrice il segreto sta nell’immedesimazione in personaggi veri che si aggirano in un quadro, che riesce però a non essere – aggiungo io – stantio e idealizzato, ma fatto di un passato vero, inglobante. Un altrove non troppo altrove in cui è assai sensato perdersi. 

Lo stile narrativo di Baily, la scrittura, è un altro dei punti forti di questo progetto. Con sommo divertimento dell’autrice, l’ho descritta maschile e femminile insieme: è netta, precisa e diretta, ma colora tutto, indugia e non teme i dettagli, parla dei sentimenti senza ghirigori. Virginia ammette di esserne soddisfatta e di avere raggiunto un obiettivo primario, quello di una scrittura asciutta, che, dico io, l’ha affrancata inoltre dal partorire un romanzo segregabile sotto l’odiosa, ma assai viva, etichetta di letteratura per signore. 

Personalmente, ho amato in particolare i personaggi di Una mattina di ottobre, sebbene ce ne sia uno, Daniele, che mi ha lasciato addosso un senso di incompiuto. A fine intervista l’ho confessato a Virginia, che mi ha dato una risposta degna, da sola, di una recensione:

Daniele è un abisso e il libro racconta come i personaggi si rapportano con esso. 

È proprio così: con forza, senza retorica, senza impostazioni, si affronta il vuoto che, a stagioni alterne, ogni uomo incontra. Un intento riuscito e mirabile, di cui forse però l’autrice sta prendendo coscienza adesso, a posteriori, quando ha già testa e mani immerse nel terzo romanzo, che guarda caso, si svolgerà in Libia.

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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