Intervista ad Andrea Tarabbia

photocredit: Giulia Rocco

Noi filologi un po’ sfigati parliamo di “tradizione alta” quando alcuni schemi letterari si cristallizzano e si diffondono in modo ampio nella loro forma migliore, più ricercata. Per cui, ad esempio, delle canzonette medievali diventano la lirica cortese.

Quando penso all’autore Andrea Tarabbia, non riesco a togliermi dalla mente il binomio “tradizione alta”, in senso lato, ok. Chiamatelo, se preferite, livello superiore, scritto di sostanza, qualità compositiva, come volete: l’importante credo sia riconoscere come Andrea si situi nel bel mezzo di questa corsia.

Valutate voi dalla chiacchierata qui sotto, in cui si parla di tutto, partendo dal terzo romanzo di Andrea Il demone a Beslan, pubblicato da Mondadori, passando dal nostro Libretto Rosa, facendo tappa nella rivoluzione digitale.

Andrea Tarabbia, saronnese di nascita come me, ha pubblicato i romanzi La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa) e Marialuce (Zona), oltre al saggio Indagine sulle forme possibili (Aracne) e l’ebook La patria non esiste (Il Saggiatore).

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Cominciamo subito da Il demone a Beslan: terzo romanzo, primo con una major come Mondadori. Quanto pensi abbia contato l’affrontare temi importanti e radicati nell’attualità per questo passaggio di stato, se così si può definire?

Non saprei, ma non credo che abbia influito. Semplicemente, il romanzo è piaciuto a Federica Manzon e Carlo Carabba – le persone in Mondadori che, per un colpo di fortuna, sono riuscito a intercettare dopo aver pubblicato il primo libro. Non credo che Mondadori cercasse qualcosa che affrontasse certi temi o fosse basato su un fatto di cronaca: ci siamo incontrati, ci siamo piaciuti, e abbiamo deciso di fare questa cosa insieme. Tutto qui.

Non hai certo paura di porti le grandi domande. Nel tuo libro ogni dettaglio sale sulla bilancia dell’esistenza, in particolare dell’esistenza di Marat Bazarev. Ma quanto vale questa? E soprattutto, fino a che punto bisogna evitare di metterla a paragone con le giovani esistenze da lui cancellate?

La vita di Marat, per me, vale come quella degli altri personaggi. Non ho mai pensato alle figure che popolano il libro come a esistenze che possono in qualche modo essere “misurate” tra loro. Marat lo fa, e infatti commette sostanzialmente un errore dal quale almeno in parte si redime. Tra l’altro, molti dei personaggi principali non sono che proiezioni di Marat – non penso solo a Ivan e Petja, ma anche a padre Aleksej, o allo stesso Shamil o alle vedove nere di cui racconto le storie. La grande differenza che c’è tra Marat e le persone a cui lui ha fatto del male è, se si vuole, nella gradazione di innocenza e inconsapevolezza: è ciò di cui Petja, a un certo punto, accusa Marat quando gli dice che il male che lui ha fatto ai bambini e più grande di quello che ha subito, perché loro non sapevano niente e non avevano colpe.

Una domanda più frivola e, probabilmente, campata per aria. Il nome del protagonista e anti eroe allo stesso tempo suscita in me riminiscenze care. Nella sua invenzione, c’entrano per caso qualcosa Jean-Paul Marat e il Berlioz di Bulgakov? Se ho preso un granchio, puoi sempre salvarmi in corner dicendo “Beh forse, inconsciamente”…

A Bulgakov ho pensato, ma per altri personaggi: per esempio la Cieca – Aglaja Bezdomnaja – porta lo stesso cognome del poetucolo del Maestro e Margherita, quello che nel primo capitolo del libro sta proprio insieme a Berlioz. Nel nome del mio protagonista, oltre ovviamente il riferimento al vero Marat, si fondono il Bazarov di Padri e figli di Turgenev (autore che non amo, ma che ha codificato, per così dire, lo scontro tra vecchi e giovani nella letteratura russa) e Basaev, uno dei capi della rivolta cecena: unisci i due cognomi e vien fuori Bazarev.

Antonio Moresco, tuo illustre estimatore, ti dà atto di un distaccamento dai modelli letterari in voga. Innanzitutto, questa realtà fa parte di una ricerca conscia come nel caso stesso di Moresco? Quale tipo di rapporto coltivi con i modelli di oggi?

Ma sai, è una domanda a cui faccio un po’ di fatica a rispondere, perché in realtà ognuno ha i suoi modelli e, per così dire, la sua idea di letteratura. A volte mi sembra che tutti siano convinti che, siccome uno ha 33 anni, e dunque è “giovane”, debba per forza scrivere di precariato, della tipa che lo lascia, di un viaggio in India e così via. Invece conosco molti scrittori anche più giovani di me che di questa cosa se ne fregano, e portano avanti un loro discorso. Bisogna capire a cosa si pensa davvero quando si pensa alla letteratura italiana contemporanea: siamo d’accordo che esistono dei modelli letterari forti, ma non sono gli unici sentieri battuti dagli scrittori. La letteratura che amo ha a che fare con certi temi e certi discorsi, e dunque per me è naturale pensare, quando scrivo, di riferirmi a questi. Il punto è che, se guardo a quello che fanno certi colleghi vivi e vegeti come Moresco, ma anche Fois, Tuena, Mari, Pariani o, per rimanere tra i giovani, Fontana, Missiroli, Sortino, la stessa Manzon e, perché no, Saviano, trovo che la letteratura italiana sia in salute e non abbia paura di guardare le cose da un punto di vista che non è quello strettamente inteso come la “voga letteraria di oggi”. Allora forse il problema non è tanto in chi scrive, ma in chi legge e, soprattutto, in chi, giudicando, mette delle etichette da cui è difficile liberarsi.

Si può forse scrivere prescindendo dai colleghi contemporanei, ma come ti poni di fronte alla critica? Secondo te è viva, in salute e può ancora colpo ferire, o  riesci a farne “serenamente a meno”?

Mah, devo dire che, almeno fino ad adesso la critica con me è stata più che benevola e non mi posso lamentare, anzi: sono molto contento. Detto questo, parlando in generale, mi pare che non sia tanto la letteratura italiana a essere in crisi, quanto, appunto, la critica: non mi ricordo di un volume veramente forte e decisivo che sia stato prodotto da un critico italiano negli ultimi anni. Qui non parlo tanto da scrittore, quanto da studioso di letteratura: gli anni di dottorato e post-dottorato li ho passati a leggere critica letteraria, e non posso certo dire di aver letto grandi libri pubblicati di recente. Manca un pensiero forte, manca una vera voce. Per me non conta tanto il fatto che «i critici sono noiosi» come dite, quanto che, mi pare, almeno in Italia questa è diventata una pratica sfinita, spesso consapevolmente esercitata per occupare delle posizioni più o meno di potere, per strizzare l’occhio a destra o a manca, per «esserci». In tutto questo discorso, che ovviamente è molto più complesso di come lo sto mettendo io, a perderci è la letteratura.

Basta aprire Il demone a Beslan per capire quanto conti per te autore la grande tradizione russa. Quali sono gli altri nomi presenti nella tua libreria?

Beh, ovviamente, i russi contano moltissimo, soprattutto quelli che hanno scritto nel secolo che va da Gogol’ a Bulgakov. Amo molto certi francesi dell’Ottocento, come Balzac e Hugo, e la letteratura di lingua tedesca a cavallo del Novecento, fino ad arrivare a Bernhard e Canetti; tra gli italiani ho una passione, che è soprattutto linguistica, per Parise e Volponi, e ogni volta che rileggo Primo Levi mi sorprendo (è lui, forse, l’italiano più grande del Novecento). Tra gli americani Melville, che, con Dostoevskij, è l’autore che periodicamente rileggo. Gli italiani contemporanei li ho nominati prima, anche se forse me ne sono dimenticato qualcuno. Mi sono recentemente innamorato di Sebald, e anche Carrère e Timm hanno – benché siano diversissimi tra loro – un modo di trattare la pagina da cui si può imparare moltissimo.

Sei contento di poter leggere i Fratelli Karamàzov in ebook? Come autore giovane, trovi che quella digitale sia un’urgenza di portata rivoluzionaria?

Non lo so. Non sono ancora arrivato ad avere una posizione precisa sugli ereader. Non ne posseggo, e quando me ne trovo uno tra le mani lo guardo come qualcosa di alieno. Io amo la carta, ma non sono un conservatore: nella primavera scorsa ho pure pubblicato un ebook con il Saggiatore. Non so se gli ebook saranno una rivoluzione (tra l’altro non sopporto il ritornello: con gli ebook si risparmia un sacco di spazio in casa. Eh, per metterci cosa?), di sicuro però è lì che finiremo, volenti o nolenti. Credo che finiremo per leggere i libri come scarichiamo mp3, ossia che al mercato della letteratura succederà quello che è accaduto alla musica, con la differenza che, magari non in Italia, gli editori lo stanno capendo per tempo e si stanno attrezzando. Forse, per necessità di brevità, torneremo a leggere più racconti (come se fossero singoli), e persino la poesia avrà un colpo di coda. Il problema, come al solito, non è il supporto, ma la qualità: e nessuno, credo, è disposto a sostenere che nell’ipod la musica si ascolta meglio che nell’hi-fi.

Tra i testi che hai letto per prepararti a scrivere Il demone a Beslan ci sono gli scritti dal carcere di De Sade. Lo stesso legge Dario Fertilio per il suo Musica per Lupi sulle torture nella prigione di Pitesti. Insomma, siamo o non siamo “lupi travestiti uomini”, come voleva il Marchese?

Non ho letto Musica per lupi, che però mi interessa moltissimo nonostante non condivida la posizione ideologica di Fertilio – e probabilmente mi farà incazzare tremendamente il finale del suo libro. Come lui, però, non credo al motto del Marchese – che pure amo: mi sembra un modo consolatorio, per non dire autogiustificatorio, di vedere le cose.

Chiudo con la domanda da un milione. Le pagine de Il demone trasudano la parola “redenzione”, affidi a un sacerdote il ruolo di perno: il suo discorso fa cambiare qualcosa in Marat. Non ti chiederò come ti poni davanti alla fede, ma secondo te vale la pena scrivere in assenza di un’etica, spirituale che sia?

No. Io credo che il motivo per cui si prende in mano la penna sia, sempre, magari in remoto, un’istanza etica – di qualunque etica si tratti.

Michela Capra

Michela Capra

Quasi sicuramente sta scrivendo dal suo ufficio-poltrona, con qualche gatto addosso. Si ritrova, suo malgrado, fuori dal mondo almeno tre volte al dì.

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