La coscienza di James Joyce

C'è un'intenzione, ieri come oggi, a 73 anni dalla scomparsa di James Joyce, che si ricrea continuamente nelle menti e nei cuori di molti: la necessità, il desiderio probabilmente, di capirlo. La soddisfazione di far parte, anche per poco, dei meandri della sua coscienza, che è poi essere tutt'uno con la sua letteratura. L'unione di quest'ultima con la vita è in effetti la missione che Joyce trasmette, disperatamente, in ogni pagina e in ogni parola, rimettendole in discussione, in una molteplicità nuova di significati. 

L'idea che ogni termine si porti appresso un universo è alla base della sua reinvenzione del linguaggio. Parole che viaggiano come valigie, insomma, piene di direzioni a cui dare un senso nuovo. La chiave per aprirle sta tutta in quello che è venuto dopo. La rottura degli schemi formali che tenevano impigliata la letteratura precedente, la nascita del modernismo. Per dire: senza Joyce probabilmente non sarebbero esistiti, tra gli altri, Samuel Beckett, Albert Camus, Garcia Marquez, Salman Rushdie e perfino Philip Dick. Sì, Philip Dick, che in un'intervista del 1969 disse: «un giovane scrittore dovrebbe studiare approfonditamente tutto James Joyce, dai suoi primi racconti brevi fino a Finnegans Wake». Quello che a Dick faceva impazzire era quel modo vivo e veritiero di ricreare la realtà (sia dei fatti che dell'immaginazione) ed esplorare la profondità della mente umana di cui Joyce è stato maestro indiscusso. Ma, più di ogni altra cosa, la convinzione che accomunava Dick e Joyce era che, per imparare a scrivere, per imparare a fondo l'arte della scrittura, fosse indispensabile imparare a leggere. E questo è proprio il maggiore insegnamento che un giovane scrittore (ma anche un critico o lettore comune) può e deve apprendere da Joyce.  

Capire, o meglio, tentare di capire Joyce sottintende in noi un desiderio di accettazione da parte dell'altro, in questo caso lui, inarrivabile, misterioso, mai fino in fondo comprensibile e completo alla nostra mente, eppure fondamentale. Somiglia a un discorso d'amore. E questo non solo per gli accademici, gli studiosi che da anni si arrovellano sulla sua opera, ma anche per chi, da lettore, si è avvicinato con coraggio a quel romanzo-mondo che è l'Ulisse nei più svariati modi. È come se quello sforzo, non comune, ma sentito, debba essere in qualche modo ricompensato come poche volte ce lo siamo aspettati nella storia delle nostre letture, che è poi la storia del nostro comprendere la vita, trovare una spiegazione alle cose del mondo e della nostra esistenza. 

L'Ulisse è sì un viaggio, ma un viaggio per viandanti pazienti, una fatica intellettuale ma soprattutto di corpo, un viaggio d'amore. Mi vengono in mente aneddoti per lo più disparati, agli antipodi, raccontati da scrittori che in qualche modo hanno visto l'Ulisse sfiorare le loro vite e forse chissà, probabilmente caratterizzarli per sempre. Le notti d'infanzia di David Foster Wallace erano animate dalla recita serale che i suoi genitori facevano del romanzo di Joyce, mentre per Henry Miller «esistono passi, nell'Ulisse, che si possono leggere soltanto al gabinetto, se si vuole gustare appieno il piacere che essi danno». 

Ecco, il viaggio dell'Ulisse – il nostro viaggio dentro la coscienza di Joyce – è un confronto serrato, una sfida destabilizzante alla nostra intimità di uomini, prima che lettori. Dall'altro lato, si fanno i conti con un soggetto che è più grande e umano di qualsiasi altro: «il più bello e interessante dei soggetti è quello dell'Odissea, più dell'Amleto, superiore al Don Chisciotte, a Dante, al Faust», così raccontava Joyce, nel 1917, a Georges Borach. Entrare nella coscienza di Joyce vuol dire intraprendere il viaggio, realizzare una congruenza tra i nostri occhi e i suoi. In qualche modo, stare al centro della coscienza degli uomini insieme a lui, navigarne il flusso, anche per pochi attimi. Inoltrarsi negli squarci di vita a Dublino, essere nell'animo degli irlandesi per strada, nei pub, invadere la loro privacy, fino ad entrare nel loro bagno, nel letto, nei segreti, nelle fantasie erotiche. Vivere diciotto capitoli, diciotto ore, diciotto luoghi e momenti, divincolandosi per scoprire ciò che è altro da noi e amarlo. Richard Ellmann, biografo, ha scritto: «dobbiamo ancora imparare a essere contemporanei di Joyce». E in effetti è vero, la sfida è tutta lì, nello sforzo, mai completo, di prendere sottobraccio la sua coscienza, che è essenzialmente un pretesto per capire noi stessi. Il segreto sta forse in una bella frase di Gente di Dublino: «Ma che importanza aveva la grammatica se l'amava veramente?». Oltre lo stile, l'accademia, si tratta di una fatica d'amore. E la ricompensa è quel sì finale, molteplice e crescente di Molly Bloom, che tiene dentro il senso di tutte le cose. Perché, in fondo, noi non possiamo che leggere Joyce alla maniera di un'arpa che accoglie le sue parole come dita sulle nostre corde.

Luigi Mauriello

È un romantico nel senso fitzgeraldiano del termine. Nella vita scrive, beve caffè, va a caccia di refusi sulle locandine dei trasporti pubblici. Dategli uno spunto d'appoggio e con un paragrafo vi salverà il mondo.

2 Commenti
  1. Bellissimo articolo, complimenti! Lo dice uno che in Joyce s’è perso eppure ha trovato la forza non comune del suo linguaggio (quale incisività, ad es., quell'”Usurpatore” con cui si chiude il primo capitolo!).