La risposta di Charles Bukowski ai censori olandesi

La storia della letteratura è affollata di censure memorabili. Figurarsi se non poteva capitare anche a uno come Charles Bukowski. Sesso, alcol, gioco d’azzardo, misantropia… di materiale ce n’è a sufficienza per far sfregare bramosamente le mani a qualunque cacciatore di streghe.
Oggi, avvezzi come siamo a festini di dubbia moralità e compagnia bella, gridare allo scandalo davanti a un romanzo di Bukowski risulterebbe perlomeno bizzarro.

Eppure, non molto tempo fa, succedeva ancora. Correva l’anno 1985, e l’alter ego dell’epico Henry Chinaski aveva già dato alle stampe opere come Post Office, Factotum e Storie di ordinaria follia, la raccolta di racconti “santino” per ogni bukowskiano che si rispetti.
Non, a quanto pare, per la
biblioteca pubblica di Nimega (Olanda) che bandì il libro in seguito al reclamo di un lettore del posto, perché giudicato troppo “sadico, occasionalmente fascista e discriminatorio”, soprattutto nei confronti delle categorie “deboli”, come i neri, le donne e gli omosessuali.
Qualche settimana dopo il misfatto, un giornalista locale, Hans van den Broek, scrisse a Bukowski raccontandogli l’accaduto e chiedendo la sua opinione in merito.
La risposta, dannata e saggia, malinconica ma esilarante come solo Bukowski sapeva essere, arrivò subito dopo. Attualmente l’originale di quella lettera si trova all’Open Dicht Bus, una libreria mobile montata su un furgoncino che gira in lungo e in largo nelle lande olandesi.
“Nel mio lavoro di scrittore mi limito a fotografare con le parole ciò che vedo”, replica Buk, “dunque se ho scritto male dei neri, degli omosessuali e delle donne, è perché quelli che ho incontrato nella mia vita sono così come li ho descritti”.  Niente di cui meravigliarsi: Buk era un seguace del politicamente scorretto.
Aggiunge poi: “Se scrivo del sadismo, è perché questo esiste. Non l’ho certo inventato io, e se nei miei romanzi accadono dei fatti orribili è perché cose di questo genere succedono quotidianamente nelle nostre vite”.  Difatti in una vita fatta di alti e bassi, di luci e ombre, sarebbe ipocrita guardare nella sola direzione della via illuminata. Questo non significa indugiare nel fango per il puro gusto di farlo, ci tiene a precisare Buk: è piuttosto un gesto di onestà nei confronti dei lettori.
“La censura è lo strumento di coloro che hanno la necessità di nascondere la realtà a se stessi e agli altri. La loro paura è soltanto la loro incapacità di guardare in faccia ciò che è reale”.
Nonostante ciò, giura di non essere arrabbiato con coloro che lo hanno bandito, anzi, in un certo senso si sente “onorato di aver scritto qualcosa che li abbia destati dall’abisso”.  E pur provando una sorta di “spaventosa tristezza”, conclude con una stoccata dal retrogusto profetico: “i libri un tempo censurati, nel corso dei secoli molto spesso diventano dei classici, e ciò che una volta si pensava fosse scioccante e immorale, è ora adottato come testo in molte delle nostre università”.
“May we all get better together”, dice infine congedandosi. Vale a dire: “Possiamo migliorare tutti insieme”.
Vince lui, sempre.

Francesca Giannone

 

Francesca Giannone

Redattrice e giornalista. Seguace della letteratura americana, di Truffaut e del tabacco Pueblo senza additivi. Ha un sogno irrealizzabile: bere una bottiglia di Negroamaro salentino insieme a Richard Yates e Raymond Carver.

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