L’affaire Wikipedia e le accuse di sessismo in letteratura

Esiste un problema di sessismo in letteratura, una disuguaglianza tra scrittori uomini e donne negli spazi loro dedicati da critica e premi letterari? Un dibattito sempre aperto e mai esaurito, a volte fine a se stesso, altre invece necessario, che è stato di recente alimentato da una serie di notizie e polemiche che ci hanno spinto a riprenderlo in questa sede. 

Nei giorni scorsi, infatti, precise accuse di sessismo sono state rivolte a Wikipedia dalle pagine del New York Times. La scrittrice Amanda Filipacchi si sarebbe accorta di una strana quanto silenziosa migrazione (in ordine alfabetico) di nomi di grandi scrittrici dalla voce American Novelists alla sotto-categoria "American Women Novelists; nomi come Harper Lee, Donna Tartt, Aimee Bender, Louisa May Alcott, nonché la stessa autrice dell’articolo. Non a caso, dei 3,837 autori attualmente elencati, le prime centinaia sono quasi tutti uomini, di cui molti sicuramente minori rispetto ad alcune delle autrici sopra citate. La spiegazione fornita ufficialmente è che la lista è troppo lunga e devono essere create delle sotto-categorie; perché non creare allora due categorie dedicate agli uomini e alle donne, si è chiesta l’autrice? In seguito a questa segnalazione e al passaparola che ne è scaturito, alcuni nomi sono riapparsi nel giro di pochi giorni, con la stessa rapidità con la quale erano spariti, e si è scatenato anche un dibattito interno alla comunità di editor dell’enciclopedia.

L’episodio ha sollevato un’ondata di critiche e riaperto una polemica mai sopita intorno alla sottorappresentazione che le autrici avrebbero rispetto ai loro colleghi uomini; questione di numeri, se consideriamo le statistiche di genere relative alla spazio dato dai media a titoli ed autori nel 2012 resi noti a marzo da Vida, l’organizzazione istituita nel 2009 a sostegno della letteratura femminile, nel senso di firmata da autrici donne. Numeri che evidenziano ancora un forte predominio degli scrittori uomini su tutte le più importanti testate americane, dal New Yorker alla Paris Review. Proprio il New York Times, dalle cui pagine è partito l’affaire Wikipedia, non era uscito benissimo da questa indagine: nel 2012, solo 40 su 255 titoli recensiti dalla New York Review of Books erano firmati da donne. Probabilmente è solo una coincidenza, ma proprio un giorno prima che esplodesse questo caso, il New York Times ha pubblicamente spiegato di non avere un sistema per scegliere i libri da recensire ma che lo staff di critici letterari del Times – Michiko Kakutani, Janet Maslin e Dwight Garner – sceglie autonomamente di cosa parlare, fatto che spiegherebbe il perché alcuni libri ricevono più di una recensione mentre altri, altrettanto meritevoli non vengono recensiti affatto. 

Proprio negli stessi giorni in Italia, sulle pagine di Affari Italiani, lo scrittore Paolo Di Paolo, vincitore del Premio Mondello Opera italiana nel 2012, ha denunciato la preponderanza maschile nei primi letterari italiani, sia a livello di giuria che di scrittori selezionati e successivamente premiati. Allo Strega 2013, su 26 candidati solo 5 erano autrici, di cui tre sono entrate nella dozzina di semi-finalisti. 

È vero che la soluzione delle quote rosa non va a genio a molti, tra cui la sottoscritta, non solo perché dà l’idea di una sorta di "contentino", ma anche perché comporta un irrigidimento e una obbligatorietà che poco hanno a che fare con l’arte. Certo è che la questione non può essere liquidata affermando che gli uomini sono più bravi. Un tentativo di mediare, a mio parere riuscito, arriva dalle pagine di Slate. Qui la polemica alla quale si fa riferimento è un’altra, ovvero la credenza, secondo l’autrice da sfatare, che gli uomini non leggano libri sulle donne né libri scritti da donne. Pur partendo dalla necessaria premessa che siamo ben lungi dall’avere un’eguaglianza tra i sessi anche in letteratura, l’autrice elenca una serie di dati nettamente in controtendenza: il terzo libro più venduto attualmente su Amazon.com (fino a un paio di giorni fa al primo posto) è Lean in di Sheryl Sandberg e sono donne le autrici di circa la metà dei best-seller (su Amazon.it al momento non c’è una donna nelle prime 20 posizioni, ma tra i titoli più venduti in Italia nel 2012 la metà sono di donne). Erano firmati o co-firmati da donne anche la metà dei 20 libri più venduti del 2012, sempre su Amazon.com, rispetto ai sei del 2011. Il pezzo citato ricorda inoltre il recente successo di pubblico di autrici come J. K. Rowling, E. L. James, Stephenie Meyer, Suzanne Collins, Gillian Flynn. Nonché i premi prestigiosi vinti da nomi come Hilary Mantel, Zadie Smith, Jennifer Egan. E ancora, il fatto che sul New York Times, Amatissima di Toni Morrison sia stato votato come miglior romanzo degli ultimi 25 anni da una giuria composta da autori, critici ed editor.
Esempi che non possono essere considerati come anomalie, eccezioni alla regola, ma come segnali di un processo-progresso in atto.

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

7 Commenti
  1. La ragione, se ho capito bene, è capire se ha senso categorizzare gli autori americani per genere. Ora, il dibattito è lunghetto (il bello di Wikipedia è che si tratta una comunità dinamica e attiva) ma fondamentalmente la domanda è: ha senso che uno possa voler cercare autrici americane di genere – qui ci starebbe, fra l’altro, una discussione sulle tematiche di genere – anziché spulciare la lista completa? Io qui ci metto un “sì” e non ci trovo nulla di discriminante. Anzi, tanti complimenti a chi ha implementato le categorie in Wikipedia!

  2. @Salomon Xeno: in realtà la questione è diversa. La lamentela (condivisibile o meno) è che prima esisteva una generica voce “scrittori americani” con migliaia di nomi divisi in ordine alfabetico; l’autrice del pezzo uscito sul NYT si sarebbe accorta che, per ovviare all’eccessiva lunghezza della lista, è stata creata una sotto-categoria dedicata esclusivamente alle autrici donne, che sono state spostate progressivamente dalla categoria generale a questa, quindi eliminate dalla categoria principale. Il risultato sarebbe stato che alla categoria “American Novelist”, attenzione non “American Men Novelist”, sarebbero rimasti solo uomini. Ora, non credo nemmeno io che ci siano i presupposti per gridare allo scandalo, ma se proprio uno snellimento andava fatto, perché non creare due categorie, dedicate rispettivamente agli scrittori americani uomini e donne?

  3. Pensavo che usare le sotto-categorie implicasse questa cosa, ma ho scoperto che tecnicamente è possibile evitarlo. Continuo però a pensare che sia una polemica gratuita del NYT… anche perché se mi metto a leggere tutte le linee guida dei wikipediani viene male alla zucca. Per esempio, la suddetta categoria è inclusiva se presa da questo lato (http://en.wikipedia.org/wiki/Category:Women_novelists_by_nationality) e diffusiva se presa da quello degli “American Novelists”. Le linee guida promuovono una scelta e sconsigliano l’altra. Oppure c’è la scelta degli svedesi di evitare tutte le categorie o liste che non siano “gender neutral”, ma sono scelte prese dalla comunità.
    Fra l’altro, sto scoprendo una serie di discussioni incapsulate l’una nell’altra, per esempio: http://en.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Categorization/Ethnicity,_gender,_religion_and_sexuality (che dovrebbe essere quella “madre”, escluso il lato tecnico).
    Oppure che esiste questa pagina: http://en.wikipedia.org/wiki/Category:Male_prostitutes_by_nationality … ma non l’equivalente femminile!

  4. D’accordissimo con la polemica. Non credo che la sottocategorizzazione fosse voluta o implicasse una qualche presa di posizione sessista, direi piuttosto che sono quelle cose che sfuggono quando non ci si pensa. Però effettivamente è riduttivo e insultante la riduzione a ‘sottocategoria’. Non è una distinzione di genere letterario, è una distinzione di genere e basta. E non va bene. E’ come separare ‘scrittori’ e ‘scrittori neri’, a prescindere da quello che si intendeva fare o dire, l’implicazione è che gli ‘scrittori neri’ non fanno parte della categoria ‘scrittori’.