Le confessioni di un ex insegnante di scrittura creativa

Venerdì scorso sul magazine americano The Stranger è uscito un lungo pezzo dal titolo Things I Can Say About MFA Writing Programs Now That I No Longer Teach in One, ovvero Cose che posso dire dei master di scrittura adesso che non insegno più. A firmarlo è Alain Boudinot, scrittore, fondatore del progetto Seattle City of Literature nonché ex insegnante (e allievo) di un corso universitario di scrittura creativa.

Le prime righe del pezzo recitano più o meno così: ho da poco lasciato il mio posto da insegnante presso un corso di scrittura creativa e nonostante il lavoro di una manciata di studenti mi abbia cambiato la vita, la stragrande maggioranza di loro erano alunni volenterosi che però non avevano nulla di interessante da raccontare né un modo interessante di raccontarlo

L’obiettivo del pezzo, ora che finalmente poteva parlare liberamente in quanto non ricopriva più quel ruolo, era di condividere qualche lezione che aveva imparato dall’esperienza di insegnante.  Ad esempio, che gli scrittori nascono con il talento, che è una cosa innata e che non si può imparare. O che chi non scrive o scrive poco adducendo come motivazione la mancanza di tempo dovrebbe fare il favore a se stesso e agli altri di lasciar perdere. In base alla sua esperienza di insegnante infatti, gli studenti che si preoccupano troppo delle scadenze e che si lamentano di quanto siano complicate le loro vite sono in realtà privi di capacità e il loro atteggiamento risulta addirittura offensivo nei confronti dei grandi scrittori che hanno prodotto capolavori in condizioni decisamente più proibitive. 

Agli studenti viene poi fatto notare gentilmente che a nessuno frega niente dei loro problemi se sono mediocri nel raccontarli: con poche eccezioni, nella sua esperienza tutti gli studenti che hanno scritto dei memoir erano dei narcisisti che usavano il genere come terapia e volevano che gli altri si sentissero dispiaciuti per loro. Al contrario, le migliori prove di scrittura secondo Boudinot derivano proprio dalla volontà di regalare al lettore un’esperienza piacevole.

Volendo ignorare il tono acido dell’ex professore, ci sono anche alcune critiche che possono essere prese come costruttive: ad esempio l’incitamento a essere prima di tutto bravi lettori. Boudinot racconta infatti che i suoi migliori studenti erano senza eccezione quelli che leggevano i libri più impegnativi che venivano assegnati loro e chiedevano pure il bis. 

Dichiarazioni scomode e certo non facili da mandare giù da parte non solo dei suoi ex studenti, ma dalle migliaia di aspiranti scrittori che ogni giorno si rivolgono a questi corsi, spesso molto onerosi, sperando di realizzare il proprio sogno. Non stupisce che il pezzo abbia scatenato un putiferio soprattutto sui social, con oltre 19.000 condivisioni solo dell’articolo originale e oltre duecento commenti per lo più inviperiti. Stupisce invece che sia nato addirittura un sito che si pone lo scopo di aggregare i post anti-Boudinot e che ha preso un po’ troppo sul serio le sue dichiarazioni, nel peggiore dei casi di cattivo gusto, sul fatto che aver subito un abuso non faccia di qualcuno un bravo scrittore (qui il pezzo incriminato: Just because you were abused as a child does not make your inability to stick with the same verb tense for more than two sentences any more bearable. In fact, having to slog through 500 pages of your error-riddled student memoir makes me wish you had suffered more.)

Ma al di là dei toni, Boudinot non è certo il primo scrittore a proclamare l’inutilità di questi corsi. Un suo illustre predecessore era stato Hanif Kureishi, che li aveva definiti lapidariamente una perdita di tempo. Lo scrittore aveva dichiarato di basare la sua opinione proprio sull’esperienza di insegnante di scrittura creativa presso la Kingston University di Londra, esperienza che lo aveva portato a constatare che i suoi studenti erano per il 99,9% privi del talento necessario per farcela. Kureishi si era già espresso sull’argomento, con toni ancora più forti, nel 2008, quando si era scagliato contro questi corsi definendoli una follia, i nuovi ospedali psichiatrici. Salvo poi tornare a insegnare pochi anni dopo.

Dichiarazioni forti e ancor più irritanti se provengono da persone che da quel settore hanno guadagnato e magari guadagneranno ancora in futuro. Ma allo stesso tempo atti di onestà intellettuale, che forse non abbiamo voglia di ascoltare. 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

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