Le dimensioni contano in letteratura?

La questione se le dimensioni nella vita contino o meno è talmente triviale che se mi mettessi a giocare sui doppi sensi avreste tutto il diritto di smettere di leggere questo pezzo qui, dopo 37 parole. In realtà l’ho già fatto fin dal titolo, non potevo resistere. Stop quindi a qualsiasi allusione e andiamo dritti al cuore di questo articolo: the bigger è sempre the better, anche in letteratura? E quindi è meglio il romanzo del racconto? Meglio il mattone del libretto che non arriva alle cento pagine?

Io confesso che per anni l’ho pensata così, per una serie di motivi che se li metto per iscritto ora mi sembrano perlomeno naïf. Volevo un libro che mi facesse compagnia per un bel po’, una lettura immersiva e totalizzante. Soprattutto se era di uno dei miei autori preferiti, la lunghezza rappresentava una garanzia di duratura soddisfazione. Inoltre ero inconsapevolmente vittima di un retaggio, forse scolastico, in base al quale grande volume è sinonimo di grande qualità; anni di body-building coatto a suon di Guerra e pace e Il rosso e il nero mi avevano trasformata in una collezionista di mattoni. Da non sottovalutare poi la componente economica che spingeva una me ancora studentessa universitaria a comprare libri che a pari prezzo avessero un numero maggiore di pagine. 

Poi cos'è successo? È successo che negli anni ho scoperto Raymond Carver, e dopo di lui John Cheever, e poi Bernard Malamud, e recentemente Etgar Keret e Nathan Englander…  e da allora non valuto più la grandezza di un libro dal numero delle pagine. Rimane il fatto che questo evidentemente non sia o non sia stato un problema solo mio, se da sempre il racconto fatica ad imporsi nelle abitudini dei lettori e sotto a un certo numero di pagine si fatica a parlare di romanzo e si ricorre a espressioni quali racconto lungo, romanzo breve, libretto, libercolo e via dicendo. Non è un caso che l’assegnazione del Premio Nobel ad Alice Munro sia stato salutato da molti come un successo per la narrativa breve, ancor prima che per la narrativa femminile (inteso come prodotta da autrice donna, sia ben chiaro).

Il dibattito è aperto da qualche secolo prima di Cristo. Come ci ricorda questo articolo del Guardian, in principio fu Aristotele a sostenere che quando si parla di scrittura, bigger is better. Nella Poetica, cercando di codificare i principi della tragedia e dell’epica, affermò che «quanto invece al limite secondo la natura stessa della cosa, il racconto, rispetto alla grandezza, tanto più è bello quanto più è lungo, a condizione però che riesca chiaro nell’assieme». La tragedia non solo doveva essere completa ma anche di una certa grandezza, significativa ma tuttavia non eccessiva, «che fosse facile ad abbracciarsi con la memoria». Ovvio, direte voi, che Aristotele non si stesse riferendo a un genere letterario, il romanzo, che vedrà la luce circa duemila anni dopo, ma stava in ogni caso attribuendo un valore alla lunghezza in relazione alla rappresentazione scritta del mondo, alla creazione di una trama.
Se queste parole fossero prese alla lettera, si potrebbe affermare ad esempio che le oltre mille pagine del Don Chisciotte ne facciano di diritto un lavoro letterario migliore di un’opera da sempre classificata romanzo breve come Morte a Venezia? O che Addio alle armi valga tre volte Il vecchio e il mare

Vediamo come si sono schierati sull’argomento alcuni noti scrittori. Tra i fautori della brevità troviamo George Saunders, non a caso autore di racconti (il suo ultimo libro, Dieci dicembre, è uno dei casi letterari dell’anno ed è appena stato "sconfitto" al National Book Award, dove veniva dato tra i favoriti); secondo Saunders «un romanzo non è altro che un racconto che non è ancora riuscito ad essere breve». Borges non prendeva posizione, ma utilizzò gli argomenti di Aristotele a sostegno della short story in quanto essa poteva «essere compresa in un unico sguardo». Sosteneva inoltre che alcuni racconti di Kipling o Conrad fossero densi quanto un romanzo. E per Ian McEwan, che nel 2007 è stato tra i finalisti del Booker Prize con Chesil Beach che arriva appena alle 136 pagine, il romanzo breve è la forma perfetta della narrazione in prosa, mentre il romanzo è «troppo capiente, onnicomprensivo, ribelle e personale per poter raggiungere la perfezione». 
Lo scrittore statunitense Richard Ford, invece, ricorda ancora le sue discussioni con Rayomond Carver sui meriti della narrativa lunga e breve, con Ford a sostenere che il romanzo fosse un gesto letterario più importante, e Carver a protestare vigorosamente. E Carver, si sa, è stato uno dei più grandi scrittori di racconti mai esistiti, uno che nessuno con un briciolo di senso letterario potrebbe mai definire inferiore a qualunque romanziere. 

Io non voglio schierarmi e ritengo anche superfluo farlo; come vi raccontavo, ho scoperto da qualche anno i racconti e ne sono una consumatrice entusiasta, ma da lettrice di lunga data e amante mai pentita di mattoni non potrei dire nulla contro il romanzo-non-breve. Voi dove vi schierate, ammesso che lo facciate? Siete lettori da mattoni o da 100 grammi?

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

5 Commenti
  1. Per quanto mi riguarda, innanzi tutto ovviamente dipende dal contenuto. Un romanzo ben scritto ma voluminoso non mi spaventa. Mentre un libello scritto coi piedi lo lascerei anche a metà.
    Il libro lungo ha dalla sua un maggiore approfondimento di personaggi e situazioni. Cioè col libro lungo (spesso) io mi tolgo molti dubbi in merito al “cosa è successo dopo” che con il racconto non sempre succede. D’altro canto, il romanzo breve o racconto mi dà la sferzata e subito una visione chiara sull’autore. Se dovessi scegliere tra romanzone e racconto di uno stasso autore? Mi farei un’idea iniziale con il racconto, e poi passerei al romanzone.
    Amo alternare. Infatti ho appena finito di leggere Moby Dick, e fino a fine anno mi dedicherò solo a libretti brevi, per decongestionarmi.

  2. Per me tutto sta nella “necessità”. Ci sono storie che vanno condensate in poco spazio per arrivare dritte al lettore con il loro potenziale intatto, mentre altre hanno bisogno di essere sviluppate, di stratificarsi man mano: se vengono rispettate le necessità della narrazione, le dimensioni non contano, sono solo un dato evidente e ininfluente. Io, per esempio, sono stato letteralmente catturato dal vortice di trame di V. (Thomas Pynchon), mentre ho dovuto compiere uno sforzo sovrumano per portare a termine Il responsabile delle risorse di Yehoshua che pure è molto più breve.

  3. Cuore di Tenebra, Conrad e La Storia, Morante.

    A questi due libri, leggendo, ho pensato: entrambi meravigliosi a mio parere.
    Lungo o corto allora?
    Forse, in senso generale, il concetto è legato allo stato d’animo, ed al tempo “libero”: personalmente odio frammentare troppo la lettura e dovendo leggere molte pagine di argomenti “lavorativi” mi ritrovo a leggere in metropolitana per esempio, finendo per essere estimatore del genere 100 grammi (applausi per voi).
    E’ banale e forse sarebbe da evitare ma il tempo libero, pena occhiaie perenni da letture notturne, è sempre meno ed il romanzo va scemando.

    P.S.
    La storia, comunque, lo avrei tagliato qui e là di 100 pagine circa.

  4. In effetti, credo che anche per me molto dipenda dal tempo a disposizione. Esemplificando: durante i periodi di studio massacrante all’università difficilmente mi imbarcavo in letture eccessivamente corpose (proprio in termini di lunghezza), perchè che lo si voglia o no un romanzo necessita di una certa costanza e disponibilità di risorse mentali (arrivato a sera dopo un giorno intero di studio, per dire, preferivo la semi-passività di un film allo “sforzo” attivo della lettura); il piacere dei “100 grammi” io l’ho scoperto un po’ così, e non me ne pento affatto: se non avessi dovuto bilanciare accuratamente tempo e risorse, può essere che non mi sarei mai imbattuto in capolavori come “La morte di Ivan Il’ic” o “Vuoi star zitta per favore?” (tanto per citare due “libercoli” indimenticabili).