La avevamo preannunciata ed eccola qui: per intero, senza troppi indugi e senza troppi fronzoli, la chiacchierata della sottoscritta con Matteo Salimbeni, autore insieme a Vanni Santoni di "L'ascensione di Roberto Baggio" (di cui a giorni arriva pure la recensione!). Ci trovate praticamente di tutto: calcio, letteratura, cinema, filosofia, politica, una comparsa toccata e fuga di Vanni sul finale, e pure (non si vedono ma ve lo dico lo stesso) tre o quattro sigarette e un mucchio di odio contro il cellulare/registratore che ci ha costretti a ripetere l'inizio per due volte. Adesso, come si suol dire, palla al centro!
 
 
Iniziamo dal cinema. Ti faccio due nomi: Ken Loach, Kusturica. Trovi che l'approccio del cinema col calcio sia più facile e meno controverso rispetto a quello che, con lo stesso tema, può avere, ha avuto ed ha la letteratura?
 
Matteo: «Ci sono due piani di lettura: innanzitutto, il cinema ha un collegamento istintivo col calcio, dato che è fatto di immagini in movimento e quindi può essere più immediata la riproduzione (ma non per forza la narrazione) di una partita di pallone col linguaggio cinematografico. Il secondo punto è proprio questo: la rielaborazione che la letteratura, a differenza della cronaca e della riproduzione tout court, può fare del calcio. L'Italia è un Paese che racconta ininterrottamente il calcio. Il calcio è già uno dei più grandi racconti collettivi che abbiamo. Ma per rielaborare questa narrazione in maniera più romanzesca e letteraria, ci vuole del tempo. E ci vogliono parole nuove.»
 
Come vi siete rapportati, nella lavorazione del romanzo, ai precedenti, ai "grandi maestri" del rapporto tra letteratura e calcio?
 
Matteo: «Non li abbiamo presi direttamente in considerazione ma facevano parte del nostro bagaglio culturale precedente: conoscevamo Soriano, ma anche Ezio Vendrame e i suoi libri sul calcio, diversi da quelli di Soriano ma con un vitalismo e una naturalezza che il linguaggio giornalistico di solito non ha. Noi non volevamo scrivere un romanzo sulle orme di qualcun altro, ma un romanzo che mostrasse Baggio da più angolature, tant'è che il romanzo è un mosaico anche letterario e le pagine attraversano non dico più generi, ma più tipi e modalità letterarie, dal dialogo alla saggistica, al racconto, allo pseudo giornalismo sportivo. E' un affresco in cui si toccano vari tipi letterari, vari modi di imprimere la penna sul calcio.»
 
Soriano paragona Maradona a Borges. Trovami un alter-ego letterario per Baggio.
 
Matteo: «Non so, Baggio da questo punto di vista è abbastanza sornione, nel senso che sfugge molto alle definizioni ed è questo che poi ci ha permesso di scrivere un romanzo su di lui. Baggio è un maieuta: arriva, lascia una traccia, un segno, scompare nell'ombra. Si nasconde dietro più forme. Più colpi, più pettinature, più squadre, città. Non è affermativo. Non ha la potenza e l'astrazione di Borges, non ha la leggerezza e la rivolta di un Cortazar, non ha la secchezza e l'ideologia di un Pasolini. Ma anche Dǜrrenmatt, che è uno scrittore multiforme, alla fine non è paragonabile a Baggio.»
 
Quale figura, calciatore o allenatore, del calcio attuale si potrebbe prestare alla narrazione, a diventare personaggio letterario?
 
Matteo: «Durante una presentazione del libro a Firenze ho ripensato a una partita che ho rivisto poco tempo fa: la famosa Italia-Germania 4-3. Non avevo mai visto per intero una partita di quegli anni. Ciò che mi ha colpito è che il modo di essere, di “accadere” durante la partita, dei vari Burgnich, Riva, Muller è completamente differente per uno che è abituato al calcio di oggi. I giocatori hanno un modo di incedere, di presentarsi, di toccare il pallone che è… personale. E hanno tutto il tempo per esprimerlo. Quel modo di avanzare, di guardarsi intorno è già un racconto. C’è Albertosi che in una semifinale di coppa del mondo tira per ben due volte, avvinto da una foga improvvisa e inconcepibile, la palla sulla schiena di un compagno. Non si capisce perché, ma lo fa. C'è Facchetti che è bellissimo, un enorme levriero che avanza per il campo e mentre lo guardi e mentre sbaglia uno stop hai il tempo per pensare che “è simile a un enorme levriero che avanza per il campo”. Tu hai il tempo di immaginare e loro avevano il tempo e lo spazio per far scaturire un discorso epico. E costruire la loro identità. Oggi avviene tutto in modo più rapido. E questa rapidità, a volte, pialla, appiattisce. L'epopea del singolo, dell'eroe, che ha bisogno di mostrare il suo stile, di capire quali sono i suoi ostacoli, i suoi aiutanti, a livello un po' fiabesco, ha meno tempo di emergere. Nel calcio di oggi è molto più difficile riconoscere l'identità di un calciatore e anche se ci sono grandi vette, grandi eccellenze, manca il tempo per espandere la fantasia e accedere a un’altra dimensione. Guardando Italia-Germania m’è sembrato di assistere a un gigantesco poema, nel quale undici eroi ne sfidavano altri undici. O undici autori che ne sfidavano altri undici. Questa non è un’ode nostalgica al calcio che fu. Anche oggi ci sono esempi del genere. Tornando alla domanda. Messi, e il Barcellona. Cassano mi piace molto. Nei suoi gesti più irrequieti, più bambini. Quando si mise a piangere e a rotolarsi e a sferrare botte sull’erba perché era stato ammonito e non poteva giocare la partita contro la sua ex squadra, la Roma, e costrinse gli increduli giocatori della squadra avversaria a consolarlo, tutti intorno a lui, come premurose e sbalordite maestre, quello è un momento che crea uno spazio narrativo. Che trasforma una partita di calcio in altro, e va oltre il calcio. Stando nel calcio. Quindi Cassano crea dei momenti di astrazione epici all'interno delle partite non solo col gesto tecnico, col modo che ha di passare la palla e di muoversi nel campo (che è meraviglioso),. Però non ha la vastità e la molteplicità che ha avuto Baggio.»
 
A livello di allenatori, invece? Sparo a caso, un Mourinho come lo vedresti?
 
Matteo: «Mazzone mi piaceva tantissimo. Mourinho a pelle non mi sta molto simpatico: quando guardo una sua squadra non mi diverto perché non ho mai accesso a un modo di concepire il calcio differente dal solito. Invece quando guardo una squadra di Zeman è una festa, sono contentissimo, è bellissimo. E’ un carnevale. Ieri c'era Torino-Pescara, è finita 4 a 2. Indipendentemente dal risultato ti rendi conto che il calcio può essere uno sport splendido. Zeman ti teletrasporta in un altro modo di concepire la fisica e la mitologia del calcio. Inoltre è un personaggio particolare, con uno spessore reale. A differenza di quello che si dice o sembra, non è "genio e sregolatezza". E’ uno che tiene tantissimo alla disciplina. Il calcio che esprimono le sue squadre è fantastico, in senso letterario. Una specie di realismo fantastico. D’un tratto l’immagine di undici giocatori che corrono sul rettangolo di gioco si sovrappone a quella di un unico corpo, di uno sciame che va avanti, indietro, e punge la rete. In questo senso è rivoluzionario. Non tanto e non solo per le dichiarazioni sul doping. Su Youtube c'è un pezzo di Albanese che parla di Zeman, bellissimo da vedere, lo consiglio a tutti.»
 
Toni Negri ha detto che il catenaccio può essere un simbolo della lotta di classe. Come la vedi?
 
Matteo: «A livello immaginario può essere un simbolo della lotta di classe. Però è una definizione limitante. Può essere un simbolo di resistenza, nel senso di unirsi per non far passare, non creare spiragli al capitalismo e poi offendere quando invece ti lascia uno spiraglio: dal punto di vista del movimento ci sta, ma a questa definizione manca l'aspetto creativo, generativo, rivoluzionario. Nel senso di imporre al potere un'altra dialettica. Quello manca. Il catenaccio, inteso come stile di gioco, non ha la possibilità di rilanciare, di affermare un altro sistema. Al massimo si può segnare in contropiede: da quel punto di vista non crea e non impone un'alternativa assoluta. Non scarta di lato.»
 
Torniamo a Baggio. Il famoso rigore a Pasadena. Non trovi che sia molto letterario, molto narrativo, che l'anno del rigore, il 1994, sia stato anche l'anno in cui politicamente è successo quello che è successo?
 
Matteo: «Baggio è multiforme, può essere associato a molte cose. E' stato per vent'anni un simbolo intrecciato alla storia collettiva del Paese, quindi ci può essere un collegamento tra il rigore di Pasadena e la discesa in campo di Berlusconi però non è il collegamento più immediato.»
 
Domanda da Campana. Il bel pezzo su Maradona alla fine è per farvi perdonare l'inizio, dove ricordate il goal di Baggio al Napoli del Pibe de Oro?
 
Matteo: «Vabbè, ma è uno dei goal più belli della storia del calcio, dovevamo metterlo! Maradona è uno dei pochi altri su cui si potrebbe scrivere un romanzo perchè ha tanti livelli interpretativi, dalla sua fisicità, alle sue sofferenze, al suo percorso, a come è entrato in relazione con Napoli, a come costruisce fatti inediti nel mondo del calcio (il bacio con Caniggia, il gol di mano, per esempio), alle sue gesta e prese di posizione fuori dal campo. Altri grandi campioni come Platini, Crujff, Van Basten, lo stesso Pelè, pur in grado di fondare un discorso epico, di aprire il varco alla mitologia sono più granitici. più "campioni". Baggio è più drammatico e forse possiede più contraddizioni. Ma probabilmente lo dico perché lo conosco meglio e mi ci sono spaccato la testa per anni.»
 
A un certo punto del libro citate un po' di giocatori del Milan e c'è anche Luther Blissett. E' una citazione letteraria oltre che calcistica?
 
Vanni: «E' un divertimento, un cameo.»
Matteo: «Poi era bello Luther Blissett. E' piacevole, divertente, vedere quella figurina lì e poi era bello fisicamente, tipo Strömberg che era un dio scandinavo»
 
Grazie!
 
Matteo: «A te!»
 
Eve Blissett. Nonostante il cellulare.