Letteratura e Futbol 2: Baggio e la lotta di classe (con Matteo Salimbeni)

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Eve Blissett
Eve Blissett si chiama Alessia e usa lo pseudonimo solo per fare la figa. Studia medicina per diventare psichiatra-filosofa come Lacan, è vagamente isterica (Soprattutto quando è in premestruo), è cinefila, cinofila&gattofila.
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13 Commenti
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In attesa del seminario su Catenaccio e Lotta di classe, a proposito di queste parole:
“Può essere un simbolo di resistenza, nel senso di unirsi per non far passare, non creare spiragli al capitalismo e poi offendere quando invece ti lascia uno spiraglio: dal punto di vista del movimento ci sta, ma a questa definizione manca l’aspetto creativo, generativo, rivoluzionario. [...] Al massimo si può segnare in contropiede: da quel punto di vista non crea e non impone un’alternativa assoluta. Non scarta di lato.”
Direi che il catenaccio potrebbe essere inteso, prima di tutto, proprio come la primigenia consapevolezza della necessità di *quel* ribaltamento, di quella fase di passaggio dal punto in cui il controllo (i mezzi di produzione) si situa altrove, e della necessità di rovesciare un Potere affermato, con tutti i mezzi, da una posizione iniziale di inferiorità. E’ l’anima oscura di ogni Rivoluzione, il brivido di ergersi sull’orlo del burrone rischiando il tutto per tutto: da un lato la salvezza, dall’altro la tenebra.
Il catenaccio del “primo non prenderle” è, in verità, un paradosso tattico-linguistico, perchè significa che conta solo darle. Non c’è tempo per l’estetizzante bellezza del sistema che verrà: ora e qui è la lotta. E se lotta deve essere, lotta di classe, la classe è solo quella del corpo sociale, non quella del talentuoso virtuosismo del gruppo.Il calcio totale, l’aspetto creativo, rivoluzionario, viene precisamente dopo quel momento. Anzi, direi che senza il catenaccio, come idea, come prassi mentale, come anti-utopia, non può esserci il secondo, lo scardinamento definitivo del sistema.
Avanzo quindi a Eve Blissett un secondo ipotetico seminario, dopo il primo:Calcio totale e Dittatura del proletariato.
m.
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Bella intervista, e come promesso nel post precedente il commento è d’obbligo…
Vado in ordine sparso che di roba su cui chiaccherare ce n’è parecchia…Mourinho, allora, qui si tocca argomento delicato per noi interisti, perché il Mou si crede, non si discute. Però, Matteo dice che quando guarda il calcio di Mourinho non acceda a un modo di intendere il gioco che sia diverso dal solito, ma bisognerebbe definire i confini del “solito”. Certo, Mou calcisticamente non ha inventato nulla ma la sua grandezza è diversa e più sottile. Innanzitutto è un “utilitarista”, a lui interessa la vittoria, il risultato e in questo è molto simile a un’altro grande antipatico, Capello. Non a caso, quando costruisce le squadre, Mou privilegia la disciplina, l’ordine e il sacrificio rinunciando all’estro e alla fantasia, basta guardare i suoi trequartisti (Lampard, Sneijder, Ozil), nessuno ha l’estro di un Maradona o di un Baggio o di un Messi, ma tutti hanno straordinaria visione di gioco, senso del passaggio, capacità di prevedere lo sviluppo dell’azione: sono analisti del campo, non ne sono i padroni.
E poi Mou è un grande narratore, una delle grandi figure di martire della nostra epoca (insieme a tanti altri figli di puttana), tutta la sua comunicazione è fatta di esposizione e sovraesposizione (fino alle estreme conseguenze) del suo corpo, nel quale si sublima la squadra come entità. In Italia pochi hanno capito questo passaggio e i giornalisti ne sono stati complici inconsapevoli, amplificando la portata del suo racconto…
Veniamo a Toni Negri e al catenaccio, sulla cui valutazione sono d’accordissimo con Matteo e però rilancerei: il catenaccio è conservatore nella sua essenza, riformista, perché pur sopravvivendo alle epoche non è mai propositivo, mai obliquo e smarcante, non a caso, per ritornare al discorso di prima, Mou che è stato uno dei migliori interpreti contemporanei del catenccio è un bieco conservatore (il padre simpatizzava per Salazar, per cui vedete voi).
Se avete letto “One Big Union”, l’ultimo di Evangelisti, vi sarete accorti che tutte le storie di lotta di classe raccontate sono storie di avanguardia, storie votate all’attacco e mai storie di difesa, di resistenza, di trincea, perché la lotta di classe è “assalto al cielo”, “vogliamo il pane e le rose”, per cui sforzo volitivo e slancio. Per questo mi pare che sia quello inglese il calcio che esprime la tensione più esplicita alla lotta di classe, perlomeno nella sua attitudine ad andare sempre all’attacco, a incalzare l’avversario (un esempio è Roma-Machester 2-1 nella Champions 2006/07, quando Ferguson, in svantaggio, e con un uomo in meno, decise di giocare con tre punte alleggerendo il centrocampo. Così diede un segnale chiaro, si gioca per vincere, non per minimizzare i danni. E al ritorno il ManU alla Roma ne fece sette) -
Messa cosí sembra che stessi li in agguato a supervisionare Salimbeni… la veritá é che l’intervista é stata fatta in fiera e io avevo un altro incontro… Anche perché se ci fossi stato avrei detto cose diverse su Mourinho (di cui – da criptointerista, diranno alcuni – sono un fan) ^^
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eheheh la colpa è di Eve che mi ha creato aspettativa e a mezzogiorno mi sono messo a refreshare come se non ci fosse un domani
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ringrazia che mi sono accontentato di far pari… ^_^
direi piuttosto un libro sulla nobile arte della scommessa 1 contro 1, dal testa o croce al duello alla pistola, passando per le freccette e Street Fighter II… -
Stiamo parlando di catenaccio usando delle premesse un po’ diverse. Toni Negri dice:
“Gianni Brera diceva che il catenaccio era legato al carattere degli italiani, un carattere duro, da contadini. Il catenaccio costitutiva l’equivalente del rugby nel football. Era la lotta di classe: se si era deboli ci si doveva difendere. Il catenaccio è nato a Venezia, una terra che le persone, negli anni ’50, erano obbligati a lasciare per emigrare, perché non c’era da mangiare: erano le grandi migrazioni dei muratori e dei venditori di gelati verso il Belgio, la Svizzera, la linea del Reno. Il catenaccio corrisponde alla natura di queste regioni del Nord, di emigranti forti, duri, contadini, che avevano fame.”
In questa frase la parola “catenaccio” si identifica, in primo luogo, con un carattere. La natura, rude e dura, degli italiani. Il catenaccio è la rappresentazione sportiva di un’Italia fatta di muratori, gelatai, contadini. “Di emigranti forti, duri.” Nasce in un mondo antico, non ancora del tutto soggiogato dalla furia capitalista, ma che sta andando in crisi.
L’identificazione iniziale catenaccio \ carattere degli italiani si trasforma in una metafora. Il sistema di gioco è un carattere, ma è anche un modo di agire. Unirsi fra deboli per opporsi alle angherie dei forti. Del potere. Fare scudo. Tirare pedate, pallate. Distruggere la trama avversaria e poi ripartire in contropiede. Fare catenaccio. Da qui la lotta di classe.Trovo limitante questa definizione perché trovo limitate le prospettive della metafora che ne scaturisce. Il discorso sulle fasi storiche- “ora e qui è la lotta” \ “dopo e lì sarà il calcio totale o altro”- è un’applicazione esterna. Cioè non è contenuta nel “discorso” “nel carattere” “nell’epica” del catenaccio.
Ci può anche stare, in astratto, che prima si fa catenaccio e poi, si passa all’estroversione, all’acrobazia, ai colpi di tacco, al 4-3-3, all’albero di natale, alle quattro punte. Ma il catenaccio (la metafora del catenaccio) non racchiude in sé questa possibilità. Il catenaccio è fare catenaccio. Basta. Nel concreto sarebbe come dire che Lippi, vinta la Coppa del Mondo, dall’anno dopo comincia a giocare come Zeman Terim Guardiola.
Il discorso che, invece, innesca una partita, chessò, del Pescara di Zeman è di natura diversa. E porta ad altre metafore che, secondo me, possiedono un grande potenziale rivoluzionario. Giocare a viso aperto. Imporsi, indipendentemente dal sistema di gioco degli avversari. Anzi: imporsi ribaltando gli schemi, i ruoli e facendo deflagrare la dialettica altrui. Le squadre di Zeman, quando giocano bene, non sono un’accozzaglia di primedonne e visionari esaltati. Sono un unico corpo, sì (e quindi uniti, e quindi insieme) ma elastico, variamente offensivo, imprevedibile.Per quanto riguarda Mourinho. Mi sta antipatico. Riconosco quello che dice El Pinta.
Ma la sua poetica la sua etica la sua politica sportiva non mi garba per nulla. E’ un discorso lungo. Verrà fuori. -
Ha ragione Matteo, il catenaccio è catenaccio stop. Non è lotta di classe o quantomeno non ne vedo la metafora. Il catenaccio è difesa, rottura, resistenza, mai contrattacco, mai contropiede. Non c’è fantasia, non c’è improvvisazione. Si spazza e si rimane compatti. La lotta di classe invece è un continuo rilancio, chiamatelo pure il caro vecchio contropiede che ora nel calcio moderno viene chiamato “ripartenza”.
Su Mou lasciate perdere. E’ il perfetto allenatore da calcio moderno. Tatticamente preparato si ma fonda le sue squadre su forza fisica, tecnica e contropiede (vedesi l’Inter campione d’Europa). E al centro di tutto, sempre, ci deve essere lui.
Ah El Pinta e i trequartisti di Mou: hai nominato 3 calciatori completamente diversi, sia tecnicamente che tatticamente






Il libro l’ho letto due volte: meriterbbe tre perché ha vari piani di lettura e come in un “game” se passi di livello puoi salire… datemi tempo e scoprirò che magari sono quattro o cinque e sono ancora più intriganti! Nell’articolo- intervista questo dovrebbe essere evidenziato. Dopo il calcio si parla di costume e dopo? … ditelo voi!