Lettere d’amore scritte al computer

Viviamo in un'epoca in cui si scrive tantissimo, tra un post su facebook, un tweet, sms, email, whatsapp stiamo sempre a digitare sulle nostre tastiere. Se ci pensate, prima dell'avvento della telefonia mobile e di internet si scriveva molto meno. Gli adolescenti scrivevano sui loro diari e al massimo si scambiavano qualche bigliettino tra i banchi, gli innamorati, invece, si spedivano lettere, ma solo quelli più volenterosi, perché c'era tutto un lavoro dietro: preparare la brutta copia, poi riscriverla in bella, affrancarla e spedirla. Oggi ci parliamo di più attraverso la scrittura che a voce, non c'è più nessuna sorpresa a attenderci dentro le cassette della posta, solo bollette e pubblicità. Sui fogli di word o sulle mail che riceviamo la scrittura è sempre la stessa, non ha nessuna vocale svolazzante, non ha cancellature, le manca quel tratto che rende unica la grafia di ognuno. Solo un indirizzo a ricordarci chi ci scrive. Per questo custodisco gelosamente le lettere ricevute in passato e, malgrado tutto, spero ancora che un giorno qualcuno senta il bisogno di comunicarmi qualcosa di suo pugno e che magari mi si chieda l'indirizzo di casa e non quello della casella email.

Mi è venuto in mente tutto ciò dopo aver letto un articolo di Maddie Crum per l'Huffingtonpost, in cui si parla di lettere d'amore e del fascino che queste da sempre esercitano. Simone de Beauvoir, ne L'Età della discrezione, fa dire alla narratrice impegnata in una conversazione telefonica col marito:

«Non siamo insieme come quando conversiamo, non siamo uno di fronte l'altro. Non siamo nemmeno soli come davanti a un foglio bianco che ti permette di parlare interiormente mentre si sta affrontando l'altro».

Almeno ci si parlava! Perché, sia chiaro, scriversi non è parlarsi: nella scrittura non c'è tono, non ci sono pause, non ci sono sfumature, va bene la punteggiatura, ma non è la stessa cosa, ci sono, invece, tutta una serie di elementi che possono essere fraintesi e che il più delle volte allungano la trattativa, soprattutto se l'oggetto del discorso è una questione sentimentale.

Qualche volta, mi è capitato anche di ricevere lettere d'amore sgrammaticate, mi sforzavo di apprezzarne lo sforzo, cercavo di concentrarmi sui contenuti, giuro, ce la mettevo tutta, ma non funzionava, il soggetto in questione veniva immediatamente scartato. Che poi, diciamo la verità, quasi sempre la lettera è l'ultima spiaggia, infatti, il più delle volte arriva quando già la storia ha un piede nella fossa, per cui o è perfetta, o è meglio non scriverla.

A proposito di lettere d'amore, vediamone qualche esempio, impariamo da chi di scrittura se ne intende:

Virginia Woolf a Vita Stackville-West: Vita e Virginia ebbero un breve e appassionata relazione che ispirò il romanzo Orlando. Il giorno in cui fu pubblicato, Virginia ne spedì immediatamente una copia a Vita insieme al manoscritto originale. Scriveva Virginia:

Orsù Vita, lascia il tuo uomo e andremo a Hampton Court e ceneremo sul fiume insieme e cammineremo nel giardino al chiaro di luna e torneremo a casa tardi e avremo una bottiglia di vino saremo alticcie e io vi dirò tutte le cose che ho nella mia testa, milioni, miriadi. Non ci saranno più al risveglio, resteranno nel buio del fiume.

John Keats a Fanny Brawne: i due si fidanzarono nel 1818 e restarono insieme fino alla morte del poeta nel 1821.

Vorrei che fossimo farfalle per vivere tre giorni in estate, tre giorni soli da passare con voi. Proverei più gioia in quei tre giorni che in cinquant'anni di vita.

Niente male. Adesso vediamo come se la cavava Napoleone.

Bonaparte a Giuseppina:

Ah! Vi prego, pemettetemi di vedere anche i vostri difetti. Siate meno bella, meno gentile, meno affettuosa, meno buona, soprattutto non siate troppo ansiosa, e non piangete. Le vostre lacrime mi privano della ragione e infiammano il mio sangue. Credetemi, non è in mio potere non pensare che a voi, o desiderare di non rivelarvelo.

Non lo immaginavo così infervorato.

Per concludere, vediamo cosa scirveva Henry Miller a Anais Nin:

Anais, prima pensavo solo di amarti; ma, sono certo che non è nulla rispetto a ciò che provo ora. Sembrava tutto così meraviglioso solo perché era breve e fugace? Fingevamo l'uno con l'altra? Più o meno io, o più o meno voi? È follia credere che questo potrebbe continuare? Quando e dove comincerebbero i momenti bui? Io mi sforzo tanto per scoprire i possibili difetti, i punti deboli, le zone di pericolo. Io non ne trovo, nessuno.

Il titolo che ho scelto per questo post cita un verso di una canzone de Le luci della centrale elettrica intitolata Cara catastrofe. Per i greci la catastrofe era l'evento improvviso che starvolgeva la narrazione. Allora, che avvenga pure la catastrofe di vedere arrivare una lettera, una vera.

 

 

Laura Caponetti

intervisto personaggi che non esistono, guardo serie tv in tutte le lingue pur conoscendone solo due, sana di mente? forse!

4 Commenti
  1. La scrittura edulcora i ricordi, sublima i momenti, scolnvolge i sensi quanto o più delle parole e dei gesti, è la nostra isola perduta di felicità eterna perchè consente alle emozioni di cristallizarsi e sopravvivere oltre il tempo. Brava Laura, che ben venga la catastrofe..

  2. Questo articolo mi ha fatto piangere come una bambina, quanta poesia in tutte quelle lettere stropicciate e quanta tristezza nel pensare a tutto ciò che non viene più detto..