Li amiamo, li odiamo, ci identifichiamo

Benché la distanza tra lettore ed eroe letterario è sempre traslata, «una estensione spaziale che è naturalmente e interamente immaginaria, dato che i personaggi di finzione esistono solo sulla pagina (o sullo schermo)», una delle giustificazioni maggiormente adottate per legittimare il mancato gradimento di un libro è «Non sono riuscito ad identificarmi con l’eroe/eroina». Almeno tra gli studenti di Evan Gottlieb, professore associato di Letteratura Inglese presso la Oregon State University, il quale, fondatamente, finisce per domandarsi: «Dobbiamo davvero identificarci con il protagonista di un romanzo per amarlo

Se per identificabile intendiamo semplicemente simpatico, allora credo che la risposta sia no: molti personaggi di finzione, come Catherine Earnshaw di Cime tempestose o Rodion Roaskolnikov di Delitto e Castigo non risultano particolarmente simpatici. Ma se allarghiamo la nostra definizione di identificabile a “psicologicamente plausibile”, allora penso che la risposta sia sì. Possono anche non piacerci, e possiamo anche non apprezzare l’egoismo di Catherine o l’ossessività di Roaskolnikov. Ma di certo abbiamo molto da guadagnare dall’apprendere a cogliere riflessi di noi stessi in loro, anche – o forse specialmente – quando vogliamo negare ogni rassomiglianza.

Una specie di auto-analisi, di confronto intimo tra la nostra coscienza e quella del personaggio che ci obbliga, attraverso lo sguardo su quest’ultimo, a guardare in faccia noi stessi meglio che in uno specchio; una forma di introspezione profonda che ci porta a fare i conti anche con quella parte di noi che non desideriamo (ri)conoscere apertamente, ma che sotto sotto pulsa e che, durante la lettura, stabilisce, magari anche contro la nostra volontà, legami con eroi ed eroine in qualche modo difettivi/e, facendo emergere prepotentemente il nostro subconscio. Aiutandoci a meglio comprendere noi stessi e ad accettare gli altri. Se questo poi funzioni realmente da stimolo al cambiamento, è tutto da dimostrare.

In questo senso  però, sempre secondo Gottlieb:

I romanzi si sono dimostrati notevolmente efficaci, tecniche durature per incoraggiarci ad ampliare la nostra comprensione verso gli altri, non importa quanto diversi o antipatici possano inizialmente apparire. E se questa non è una buona ragione per scegliere di leggere un buon libro, bé, allora non so quale sia.

Ma voi, quanto vi identificate col protagonista di un libro? Quanto conta nel giudizio e nel gradimento di quello specifico testo narrativo? E soprattutto, quanto male fa riconosce che, talvolta, le pulsioni autodistruttive, le ossessione, le alienazioni che gli appartengono sono anche le nostre?

Sara Minervini

Chi sono? Sono una lettrice. Che faccio? Leggo. E come vivo? Vivo.

1 Commento
  1. è importante che siano psicologicamente plausibili sì, simpatici o antipatici che siano