Libri low cost, sì ma…

In tempi di crisi economica anche gli editori si devono adattare.

Dopo l’iniziativa di Newton Compton, pioniere nel mercato dei libri low cost con la politica vincente dei 9 euro e 99 centesimi (il thriller Il mercante dei libri maledetti è ai primi posti della classifica da settimane), anche il colosso Mondadori si lancia nel mercato dei libri a prezzi stracciati. La casa editrice di Segrate inaugurerà una nuova collana, da gennaio 2012, con un nome che è tutto un programma: si chiama "Libellule" e pubblicherà solo romanzi “leggeri”, di appena 200 pagine, a 10 euro, in edizione brossura. Il progetto editoriale partirà con Il diavolo, certamente di Andrea Camilleri, poi sarà la volta di L’amore quando c’era di Chiara Gamberale, Il vagone di Arnaud Rykner ed Esercizi superficiali di Raffaele La Capria. In cantiere invece (probabilmente sugli scaffali da febbraio) i nuovi libri di Francesco Guccini, William Vollmann e Alberto Cavanna.

Tanti i nomi importanti della letteratura, sia nazionale sia internazionale, che hanno abbracciato l’idea di Mondadori. D’altronde la tendenza delle case editrici, in questi ultimi tempi, sembra andare in questa direzione: da Einaudi si sperimenta con i romanzi brevi di Giorgio Faletti, Tre atti e due tempi (entrato subito nella top ten), e di Margaret Mazzantini, Mare al mattino (tra poco in libreria), entrambi in vendita a 12 euro. A febbraio invece, nella collana Stile Libero, uscirà per meno di 10 euro un raccontino di appena 80 pagine, Ausmerzen. Vite degne di essere vissute di Marco Paolini, tratto dal suo spettacolo teatrale sugli atrocità commesse dai nazisti sui malati di mente. E anche un altro gigante, Rizzoli, batte la stessa strada con il fantasy di Alessia Fiorentino Sitael. La Seconda vita, in uscita in questi giorni.

Bella pacchia, direte voi: eh già, i libri costano meno, urrà! Eppure non è oro tutto quello luccica. Dietro a questi movimenti aziendali si nascondono dei rischi seri per l'industria editoriale. Un bella inchiesta di Affaritaliani fa il punto della situazione, e spiega come l'abbassamento dei prezzi – nel contesto della riduzione dei consumi causata dallo stato di crisi economica – implica, per esempio, il peggioramento della qualità editoriale (libri fatti male, stampati peggio) e soprattutto delle condizioni di lavoro di redattori, editor, traduttori e tutte quelle figure professionali dell'editoria che già non godono di ottima salute. 

A questo si aggiunge l'espansione dell'editoria digitale (e questo Natale ne vedremo delle belle…) che per molti editori (medi e piccoli) resta ancora un mondo misterioso se non addirittura pericoloso. L'ottima Loredana Lipperini evidenzia invece alcuni segnali di come i big nostrani stiano facendo (il solito) gioco sporco ai danni di autori e lettori: pubblicare in digitale, con costi di produzione molto più bassi di un cartaceo, quei libri che, secondo i loro conti, non valgono l'investimento di rotativa. Il che, in un paese in cui di lettori digitali ce ne sono ancora pochini, è un po' una presa in giro dei lettori stessi, nonchè un modo per guadagnare di più (perché si spende di meno) ai danni degli autori.

Come se ne esce? I mesi che ci attendono saranno caldi, molto caldi sul fronte editoriale. A noi interessa insistere su una cosa: qualsiasi soluzione che non includa, in maniera aperta e trasparente, i lettori, non sarebbe altro che la riproposizione di logiche corporative. Come dice il filosofo più finzioniano che esista «oggi forse la vera utopia – nel senso letterale di un'utopia che non ha luogo, irrealistica – è pensare che le cose possano andare avanti con degli aggiustamenti, senza un cambiamento profondo e radicale».

Francesca Giannone – eFFe

La Redazione

Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il nostro orgoglio sta in quelle che abbiamo letto

14 Commenti
  1. @Marcolino

    anche io, confesso, ho pensato lo stesso a vedere quei numeri. La percezione che noi lettori abbiamo dei prezzi è in effetti – soprattutto i questi tempi di crisi – diversa da quella che ne hanno gli editori, anche quelli più “onesti”. Pare insomma che il libro sia considerato ormai un bene di lusso, e questo è un male. D’altra parte, è pur vero che scendere sotto una certa soglia significa perdere in qualità e rendere l’industria editoriale assai fragile, a tutto vantaggio dei “big” e a scapito degli editori medio-piccoli. Ecco perchè noi insistiamo sul fatto che bisogna promuovere la lettura (e cioè i lettori) e non i libri!

  2. L’abbassamento della qualità dei prodotti editoriali è solo nei grandi editori che, cechi e sordi alla realtà moderna credono ancora di vivere nel 1700.
    Se 10 euro è un prezzo low cost per un libro mal fatto da 200 pagine allora è tempo che questi editori falliscano e lascino il campo a chi lo stesso libro può realizzarlo con qualità maggiore e prezzo inferiore.
    Sono veramente stufo di sentire persone che giustificano l’incapacità di questi incompetenti incapaci di adattarsi alla realtà circostante.
    E non ditemi che è così ovunque perché non è vero.
    Oggi le uniche case editrici in attivo sono quelle che realizzano prodotti di qualità a basso prezzo, si può fare, lo fanno e guadagnano anche… e chi lavora per loro è pagato in modo equo. Stranamente non hanno dirigenti con stipendi da qualche milione di euro l’anno… che strano vero?

  3. Anche secondo me 10 euro per un libro di 200 pagine non è affatto low cost, le edizioni newton and compton dei classici a 6 euro o meno sono low cost, 10-12 euro dovrebbe essere un “normal cost” per un libro medio; e libri da 20 euro o più non dovrebbero esistere! È vero che la cultura ha un valore e vanno dati soldi agli autori, traduttori, curatori, ma nello stesso tempo la cultura dovrebbe essere per tutti, non un lusso per pochi.

  4. Vorrei proprio conoscerle le case editrici che riescono a pubblicare libri di qualità superiore a prezzi inferiori dei libri che magari non sono di massa ma che vorrebbero essere qualcosa di più, e questo significa basse tirature. È inutile dire c’è chi riesce a farci i soldi lo stesso: con 1000/2000 copie ci paghi poco più che la carta su cui stampi, e tutte le case editrici sono piene di gente che lavora gratis o comunque con stipendi irrispettosi.
    Il problema dei lettori è reale: ci sono troppi pochi margini per sperimentare, per rilegare un libro che non perda le pagine in 5 anni, per curare a dovere bozze e traduzioni. Che porta a pochi lettori buoni e molti lettori disattenti, e a nessuno importa di trovare un “perchè” o un Albus “Silente”.
    Il resto, come citi, sono solo aggiustamenti. Finché saremo un popolo a cui (mediamente) non interessano i libri, ci meriteremo di avere un’editoria che non funziona.
    (Come per la politica).

  5. Preferisco spendere 20 euro, ma leggere un libro di qualità (o andare in biblioteca). Queste strategie puramente di marketing non hanno nulla a che vedere con la vera letteratura (a parte eccezioni, come ad esempio Camilleri)..

  6. non sono per nulla d’accordo con questa analisi.
    mi sembra che facciate un collegamento errato: se un libro costa poco, la qualità è bassa. da dove deriva questo assunto?
    al contrario, direste che se un libro costa tanto, per esempio 50 euro per un romanzo, allora la qualità (di stampa, editoriale) è alta?
    la qualità di un libro sta nei suoi contenuti. a parità di prezzo (e di costo) un libro può essere fatto bene o male. il prezzo non influisce in alcun modo sulla qualità – è l’ultima scelta che si compie. sono le decisioni precedenti che influiscono sulla qualità.

    la scelta dei libri a 10 euro (che io condivido tantissimo) è una scelta di politca commerciale, più che editoriale.
    se io vendo i libri a 10 euro, anzichè a 30, rischio di venderne molti di più. abbasso la soglia d’accesso alla lettura. prendo nuovi lettori. guadagno gli stessi soldi (perchè magari ho venduto il triplo dei libri, a un terzo del prezzo). In modo collaterale, ho incentivato la lettura.

    secondo me, è così che si fa cultura: rendendola accessibile a tutti. (ed è un modello che ha premiato i famosi libri a mille lire, e premia ancora editori come Taschen).

  7. C’è una problema logico nella tua affermazione, Alessandro: sostenere che un libro che costa poco sia di bassa qualità (si parla di libro, bada, non di opera), non equivale a dire che un libro costoso sia di alta qualità.

    I materiali non sono gli unici costi che vanno a formare il prezzo di copertina di un libro, ma sono i più importanti: la carta buona, la rilegatura a filo refe, la copertina rigida, questi sono tutti elementi che alzano inevitabilmente il prezzo. Ma non sono solo finezze estetiche: avrai una carta più bianca e resistente, una copertina più robusta e un dorso che può reggere qualche secolo di lettura.

    Rendere sempre più economici i libri può avere l’effetto contrario di ciò che tu auspichi. Prendi i Mammuth della Newton Compton: libri tutto sommato simpatici che sfoggiano però una pessima impaginazione: linee lunghe eterne e margini quasi assenti. Questo incentiva la lettura? Forse per alcuni, ma altri proveranno un’esperienza così poco piacevole che il prossimo libro che compreranno sarà di ricette.

    Che il prezzo dei libri sia stato slegato dal cambio lira-euro e che ciò abbia impennato i prezzi, non ci sono dubbi, ma cerchiamo un compromesso tra il low cost fine a se stesso e il giusto prezzo. Perché poi, come altri hanno ricordato, abbiamo già luoghi in cui la cultura circola liberamente, luoghi in cui la lettura è resa accessibile: le biblioteche.

  8. Sono d’accordo con la maggior parte di quello che dici, da appassionato di libri.
    Però, da utente e da persona comune, ci tengo a precisare che la gente non si accorge dei font. non si accorge dell’interlinea. non si accorge della sillabazione.
    alla maggior parte dei lettori andrebbero bene libri in comic sans, corpo 25.
    chi produce cultura, grafica, contenuti, spesso è vittima di una visione a tunnel: produce cose che piacciono a sè stesso, non agli utenti. il target non siamo noi 🙂

    Posso fare una proposta, per non fermarmi alla critica?
    Guarda cosa succede nel mondo della musica.
    Ti faccio un esempio estremamente pop: il disco nuovo di Marracash.
    Gli utenti, se vogliono, possono pagare solo per i contenuti (senza fronzoli), comprandolo su iTunes – a un prezzo low, i canonici 9,99€.
    Invece, gli utenti premium, quelli che hanno più disponibilità economica, quelli che tengono al packaging, alla confezione, possono comprarsi l’edizione fisica, plasticosa, nei negozi di videogiochi (!) al doppio del prezzo.

    mi sembra un buon modo di salvaguardare, da un lato, la diffusione della cultura (se si può parlare di cultura nel caso dell’album di Marracash, LOL) e dall’altro la produzione di qualità.

  9. @alessandro,

    io non sarei così determinista nel pensare che il lettore medio sia così disattento alle forme della produzione editoriale, anche perchè queste agiscono sulla sua stessa fruizione, che lui ne sia o meno consapevole. Il problema è proprio il grado di inconsapevolezza: un lettore che compra un Mammut NC (per citare Jacopo) difficilmente ne ricomprerà un altro, mentre se potesse trovare un’edizione meglio curata dello stesso titolo a un prezzo uguale o di poco superiore, probabilmente la preferirebbe.
    Tu sollevi nella tua proposta un tema importantissimo (e che bello che il dibattito prenda questa piega!), quello che in un gergaccio brutto si chiama il “business model”: non conosco i Marracash, ma so che hanno un illustre precedente nei Radiohead e in parte anche nei Pearl Jam. Diversificazione del prodotto editoriale e dunque delle fasce di prezzo, a parità di contenuti: lo fanno le compagnie aeree, le discografiche, e tanti altri settori industriali. Potrebbe essere un esempio anche per l’editoria, con tutti i caveat che servono per un bene così delicato come un libro. Ma possiamo pensarci, di sicuro.

  10. Più che questione di business model è una questione di discriminazione di prezzo.
    vendi lo stesso prodotto in versione alta a chi lo vuole (e se lo può permettere) e in versione ridotta a chi è interessato solo all’opera.

    E, in realtà, anche l’editoria ha sistemi di questo tipo. Un esempio è la collana “Icons” di Taschen, in cui puoi comprare il mattonazzo in formato “grande” a trenta euro, oppure in formato supercompatto (e con meno contenuti) a sette euro e cinquanta.

    Per me, un caso bellissimo è il caso di Phaidon Design Classics, la cui versione originale (tre volumazzi da migliaia di pagine, mobiletto per reggerli incluso) veniva prezzata a 250 sterline. Invece, l’applicazione iPad (fatta bene) veniva venduta a quindici sterline, mi pare.
    Così: chi usa il libro come arredo per il salotto, paga i volumazzi.
    Chi lo usa come strumento di reference, paga la versione digitale (perchè è interessato ai contenuti).

  11. Fanucci sta vendendo “classici” delle sue pubblicazioni a sei e novanta. Per quel che riguarda qualità e durata spero che durino quanto i gialli mondadori e segretissimo di mia mamma. Roba anni sessanta o settanta ma tutt’ora buoni, potrei uccidervi tutti a colpi di libro senza danneggiarli! Ed erano economici, tipo cinquanta/centocinquanta lire.