Ma quanto guadagna uno scrittore?

Fare lo scrittore potrebbe essere il lavoro ideale, se di scrittura si potesse vivere. L’affermazione può sembrare perentoria ma è evidente che nell’attuale sistema editoriale l’aspirazione a vivere di sola scrittura non è sana in quanto una percentuale infinitesimale di persone nel mondo hanno un sostentamento legato solo agli introiti derivanti dalle vendite dei loro libri. E non vogliamo certo apparire nostalgici, non stiamo dicendo che una volta le cose fossero molto diverse da adesso. E nemmeno suonare la solita campana che in Italia va tutto male, perché vivere di scrittura è cosa per pochi in tutto il mondo.

Partiamo proprio dall’estero; lo spunto per questa riflessione, infatti, ci viene da una recente indagine, la Digital Book World and Writer's Digest Author Survey, presentata alla Digital Book World Conference che si è tenuta a New York dal 13 al 15 gennaio, dalla quale è emerso che la maggior parte degli scrittori intervistati guadagnano meno di 1000 dollari all’anno. Per l’esattezza questo dato riguarda il 54% degli autori che vengono pubblicati da case editrici tradizionali e l’80% degli autori che ricorrono al self-publishing. Un elemento da tenere in considerazione nel valutare questo dato riguarda la composizione del campione: a questa indagine infatti hanno partecipato 9.210 soggetti, che sono stati divisi in quattro sottogruppi: aspiranti scrittori (65%), autori self-published (18%), autori pubblicati da una casa editrice (8%) e autori ibridi, ovvero che pubblicano o hanno pubblicato in entrambi i modi (6%). La preponderanza di soggetti che si dichiarano "aspiranti scrittori" fornisce dunque una parziale spiegazione rispetto a un dato così sconfortante. Rimane il fatto che la percentuale di chi guadagna più di 100,000 dollari all’anno dalla scrittura è più che marginale: 0.7% dei self-published, 1.3% di quelli che pubblicano con una casa editrice tradizionale e 5.7% degli scrittori ibridi. 

E se i guadagni sono questi, per cosa scrivono allora gli scrittori o aspiranti tali? Per la fama, ovviamente. Infatti, se solo per il 20% degli intervistati è importante fare soldi attraverso la scrittura, per la maggior parte (tra il 57 e il 60%) è estremamente importante scrivere qualcosa che le persone compreranno. E se non tutto ruota intorno al denaro, è pur sempre vero che per condividere una storia bisogna scriverla e per farlo bisogna avere tempo a sufficienza per lavorarci e denaro a sufficienza per campare. Come dicevamo all’inizio, la difficoltà di vivere della propria arte, in questo caso della propria penna, non è certo un problema dei giorni nostri, ma è vecchio quanto il romanzo. Noi stessi vi abbiamo raccontato più volte (ad esempio qui e qui) che scrittori oggi considerati "classici" si sono dovuti arrangiare in vari modi per sbarcare il lunario, prima che la fama permettesse loro di vivere di sola scrittura: molti aspiranti scrittori di oggi tengono sul frigo un post-it che gli ricorda, ad esempio, che Kafka lavorò in un’assicurazione e Svevo nell’azienda di vernici del suocero

Ma se non si può incolpare anche di questo i tempi moderni, di sicuro oggi il mercato editoriale è cambiato e per certi versi si è ulteriormente complicato: la crisi ha eroso la capacità di acquisto dei lettori forti; il libro non è più al centro del panorama culturale e di intrattenimento, ma si divide la scena con una serie di contenuti gratuiti che un lettore può reperire più o meno legalmente; il self-publishing è diventato una realtà concreta, offendo da un lato possibilità di guadagno più immediate a aspiranti scrittori che un tempo avrebbero difficilmente avuto accesso a un editore tradizionale, ma dall’altro frammentando ulteriormente la scena con numeri spesso irrisori.

Ma qual è la situazione in Italia? Come se la cava uno scrittore nel nostro paese e quali aspettative può avere un aspirante autore? L’ultima indagine articolata in materia risale a novembre 2010 ed è quella condotta da Raffaella De Santis e Dario Pappalardo per Repubblica. Il titolo dell’articolo, La scrittura non paga, non lascia molti dubbi sui risultati; ai tempi – ed è difficile immaginare che lo scenario sia significativamente cambiato in tre anni – erano presenti in Italia decine di migliaia di autori dei quali molto meno dell’1% viveva della propria scrittura. Tra questi i soliti noti, la casta degli autori che figurano stabilmente nelle top ten dei più venduti, una decina di nomi in tutto tra cui Camilleri, De Luca, Ammaniti. Gli scrittori, insomma, appartenenti alla fascia degli autori che vendono più di 100 mila copie all’anno e che possono strappare alla casa editrice, ancor prima della pubblicazione, una cifra tra i 100 e i 400 mila euro. L’indagine delineava, oltre ai top, altre due classi di scrittori: gli esordienti, che potevano aspirare a un primo contratto con una grande casa editrice che si aggirava tra i 5 mila e i 7 mila euro, con delle percentuali sui diritti che andavano dal 5% all' 8%; e gli scrittori medi che potevano contare su un anticipo intorno ai 50 mila euro. E mentre la solita Francia, insieme ai paesi scandinavi, sostiene gli scrittori con sovvenzioni e borse di studio, in Italia la maggior parte degli autori svolge anche altri lavori che solo nel migliore dei casi sono attinenti alla cultura: collaborazioni con riviste o scuole di scrittura creativa, insegnamento, sceneggiature.

Parlando di numeri, quante copie si devono vendere per vivere decorosamente? Ai tempi dell’indagine, quindi tre anni fa, a 15 mila copie vendute corrispondevano 15 mila euro di ricavi; se calcolate che la media di copie vendute a testa per tutti gli scrittori pubblicati da una casa editrice tradizionale era di 4000 copie, media che teneva dentro l’esordiente e Camilleri, fate presto a rispondere alla domanda sopra. 

Se questa indagine, datata tre anni fa, ci sembra ancora attuale per quanto riguarda il sistema dell’editoria tradizionale, bisogna notare che essa fa riferimento a uno scenario pre-crisi (o meglio pre-conseguenze della crisi) e inoltre non prende in considerazione fenomeni come il self-publishing o la pirateria digitale di libri, resa più impattante dalla diffusione degli e-book. Tra gli autori nostrani, il collettivo Wu Ming si è sempre distinto per la consuetudine di pubblicare annualmente i dati di vendita delle proprie opere. È noto inoltre che Wu Ming ha sempre incentivato il download gratuito dei propri libri sostenendo che esso generasse un circolo virtuoso che si rifletteva in maggiori vendite in libreria. L’ultima condivisione dei dati di vendita, risalente a luglio 2012, contiene una premessa utile ad inquadrare, almeno in relazione al loro lettore di riferimento, le trasformazioni in atto nel "mestiere" dello scrittore (e nelle attività professionali della filiera editoriale). Il dato che emerge è il ridimensionarsi di questo circolo virtuoso tra copia digitale scaricata gratuitamente e acquisto della copia cartacea (con un consistente calo delle vendite a fronte di un aumento dei download), dovuto in parte al ridotto potere di acquisto del lettore forte e alla diffusione più massiccia degli e-reader ma anche, come accennavamo sopra, alla maggiore diffusione di alternative al libro, in molti casi gratuite. 
Il caso di Wu Ming è emblematico di un cambiamento in atto: in uno scenario che si evolve rapidamente, partendo da una situazione di per sé non rosea, chi vuole intraprendere la scrittura come mestiere dovrà reinventarsi ulteriormente (per arrivare a fine mese). 

 

Francesca Modena

Francesca Modena, nata a Modena, vive e lavora a Modena. Si alza all'alba per scrivere e correre. È fermamente convinta di essere giovane.

6 Commenti
  1. Ma certo che uno lo fa per soldi! Non è un brutto modo per arrotondare. Con 1000 euro ci paghi parecchie aggiunte alla libreria, anche di pregio, un viaggio, o anche solo qualche bolletta. Non ci vivi, ma questa è sempre stata un’illusione, a meno di non raggiungere stabilmente il podio della fama o non trovarsi un mecenate che non si limiti a promettere “fama”.